L’impronta leggera

Gli Stati Uniti non sono certo un esempio in tema di sviluppo sostenibile. Se tutto il mondo vivesse secondo i loro standard, per rispondere alla domanda di risorse non basterebbe un solo pianeta: ne occorrerebbero cinque. Ma c’è un Paese che consuma non più di quanto il pianeta sia in grado di offrire. Non è la Germania, né la Svezia. Si tratta dell’isola di Fidel Castro.

“Sviluppo sostenibile”. Un termine di cui, negli ultimi tempi, una schiera di uomini politici ama riempirsi la bocca, indifferentemente dal Paese e dal colore politico di appartenenza. Tra convegni, campagne di informazione, mobilitazioni e dichiarazioni di intenti più o meno concrete, non si contano più ormai le iniziative volte a coniugare il progresso economico e sociale con la salvaguardia dell’ambiente. Non tanto per chi sulla Terra ci vive oggi, quanto piuttosto per quanti, nostri figli e nostri nipoti, dovranno un giorno fare i conti con i nostri errori, e trovare un modo di porvi rimedio. Perché, in definitiva, “sviluppo sostenibile” indica proprio questo: la capacità, riportava la Commissione mondiale dell’Onu sull’Ambiente e lo Sviluppo nell’ormai lontano 1987, di garantire “i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri”.Al di là dell’Atlantico, un ex vicepresidente come Al Gore torna a riempire le pagine dei giornali con il suo documentario sui rischi del riscaldamento globale “An unconvenient truth” (che gli è valso anche un oscar); un ex presidente come Bill Clinton, attraverso la propria Fondazione (la “Clinton Global Initiative”), si sforza di convincere i potenti del pianeta che progresso – ma soprattutto profitto – e tutela ambientale possono avere numerosi punti di contatto; mentre un presidente come George W. Bush diserta il meeting delle Nazioni Unite che avrebbe gettato le basi per il successore del Protocollo di Kyoto e convoca un proprio contro-vertice alla Casa Bianca.

Gli Stati Uniti non possono certo essere considerati un esempio in tema di sviluppo sostenibile. Se tutto il mondo vivesse secondo i loro standard, per rispondere alla domanda di risorse non basterebbe un solo pianeta: ne occorrerebbero cinque. È questo uno dei risultati cui è giunto uno studio del Global Footprint Network, organizzazione che ogni anno calcola l’Impronta Ecologica dell’umanità, ovvero la sua necessità di aree coltivabili, pascoli, foreste, zone di pesca e le confronta con la biocapacità globale, ovvero la possibilità degli ecosistemi di generare risorse e di assorbire rifiuti.

Così, secondo i ricercatori, se gli Usa sono il fanalino di coda dello sviluppo sostenibile, attualmente esiste un solo Paese che riesce a non consumare più di quanto il pianeta sia in grado di offrire. Non è la Germania, così all’avanguardia sul fronte delle energie rinnovabili; non sono i Paesi scandinavi. Si tratta di Cuba. Lo studio, immediatamente ripreso dal settimanale britannico New Scientist, ha infatti messo a confronto le condizioni di vita (in termini di Pil individuale, istruzione, sanità, aspettativa di vita, ecc.) di 93 paesi con la loro “impronta ecologica”. E la conclusione è che l’unica nazione in cui sviluppo e sostenibilità sono effettivamente due facce della stessa medaglia è l’isoletta di Fidel Castro. “I cubani – ha spiegato Mathis Wackernagel, coordinatore dello studio – hanno alti livelli di istruzione e di aspettativa di vita, e sono stati costretti dall’embargo petrolifero ad avere una piccola ‘impronta ecologica'”.

La scarsezza di macchine e macchinari, di carburante e di materie prime, ha infatti costretto Cuba ad usare il poco di cui dispone in maniera intelligente e sostenibile. Al punto che, se paragonata a quella di alcuni vicini come Haiti e addirittura al complesso dei Paesi caraibici e latinoamericani, la società cubana può vantare conquiste impensabili come un’istruzione aperta a tutti, un buon settore sanitario gratuito, la massima aspettativa di vita dell’area, una ripartizione delle risorse economiche che non produce le punte, altrove comuni, di indicibile miseria e fame o di vergognosa ed esibita ricchezza.

La bistrattata terra di Fidel Castro ha fatto di necessità virtù e l’Occidente, per una volta, potrebbe trarre un insegnamento proprio da Cuba. Secondo le analisi del Global Footprint Network, infatti, un cittadino medio pesa sul pianeta per 2,2 ettari di terreni produttivi, pascoli, paludi, foreste e zone di pesca costiera, ma la Terra ha solo 1,8 ettari da mettere a disposizione per ognuno degli esseri umani che la affollano. Già oggi stiamo usando le risorse di 1,2 pianeti, e se continuiamo su questa strada avremo bisogno di due pianeti entro il 2050.

L’impronta ecologica dell´Europa è al momento circa due volte di più di quanto sarebbe sostenibile dal continente: 4,7 ettari a persona, ma secondo Gorn Dige, un analista di “impronte ecologiche” dell’Agenzia europea per l’ambiente, la cosa è destinata a peggiorare, perché “il peso dell’Europa sulle risorse del mondo sta aumentando proprio mentre la nostra quota di popolazione del mondo sta calando”. Una magra consolazione a questo dato è che australiani e canadesi sono peggio di noi, sfruttando rispettivamente 7 e 8 ettari ciascuno, mentre gli statunitensi arrivano addirittura a 9,7 ettari. All’altro capo della scala i Paesi dell’Africa, dell’America Latina e di buona parte dell’Asia, che consumano le risorse della Terra in proporzione sostenibile – tanto che il nostro pianeta basterebbe tranquillamente a farci vivere tutti come un cittadino, ad esempio, della Malaysia – ma non ottengono buoni piazzamenti in classifica a causa dei loro standard di vita sono troppo bassi.

La conclusione, tuttavia, è comunque una: “Stiamo tagliando più alberi di quanti ne piantiamo – ha detto Wackernagel a New Scientist – preleviamo le sostanze nutrienti dai terreni più di quanto possano essere rimpiazzate, esaurendo gli stock di pesci più velocemente di quanto possono essere ricostituiti; emettiamo anidride carbonica più velocemente di quanto la natura possa riassorbirla. Oltrepassare questo confine distruggerà gli assetti ecologici del pianeta”.

aprileonline.info

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