Rom in Kosovo

I rom sono una minoranza da sempre radicata nei balcani, in ogni città del Kosovo c’è una Mahalla, un quartiere ghetto dove erano concentrate le minoranze rom, ashkali ed egizie. Il quartiere di Mahalla a Mitrovica è adagiato lungo la riva del fiume Ibar, nella zona sud della città a maggioranza albanese. Prima della guerra un posto tranquillo, dove era concentrata una nutrita comunità rom. I ritmi erano scanditi dal calendario islamico e tutte le famiglie del quartiere partecipavano alle cerimonie tradizionali.

Nel ’99 incalzati dagli indipendentisti kosovari i rom di Mitrovica furono costretti ad abbandonare il loro quartiere. Dopo un lungo periodo di manifestazioni, minacciati dagli slogan omofobi e razzisti decisero di lasciare la propria casa per qualche giorno, prendendo l’indispensabile, convinti di poter tornare di li a poco quando la situazione si fosse normalizzata. Qualche giorno dopo le milizie dell’UCK saccheggiarono e incendiarono Mahalla, alcuni dalla riva nord del fiume assistettero impotenti alla distruzione della propria casa, quelli che attraversarono il ponte per difenderla vennero uccisi a sangue freddo. Pochi fortunati raggiunsero Belgrado e da lì andarono in Europa dove ottennero lo status di profughi di guerra. Molti si diressero a nord, nelle zone di Leposavic e Novi Pazar, finirono presto nei campi profughi. Alcune centinaia si stabilirono nella periferia nord di Mitrovica nell’area del complesso minerario di Trepca.

Oggi nella periferia est della zona nord, nei campi di Osterode e Cesmin Lug, vivono oltre 500 persone in condizioni di miseria assoluta. Il campo di Osterode recintato con filo spinato e sorvegliato costantemente da operatori e vigilantes, al suo interno, nei lunghi capannoni in lamiera vivono oltre 300 persone. Acqua corrente e i servizi igienici sono insufficienti. Tutt’intorno gruppi di bambini scalzi, sporchi e malvestiti gironzolano con carretti pieni di ferraglie, trascinando lattine e piccoli pezzi di metallo trovati rovistando nella spazzatura. L’ingresso è proibito a fotografi e giornalisti. Poco distante c’è il campo di Cesmin Lug, un cancello di ferro divelto apre la vista ai baracconi in legno e lamiera. É incustodito e privo di servizi igienici. Circa 200 profughi rom vivono in condizioni disumane in baracche di fortuna. Entrambi i campi si trovano a poche centinaia di metri dalla discarica di fanghi industriali delle miniere di Trepca dove sono stoccate migliaia di tonnellate di scorie minerarie ricche di piombo. La montagna di rifiuti inquinanti contamina la zona con gravi ripercussioni sulla salute dei profughi.

L’avvelenamento da metalli pesanti è la prima causa delle patologie infantili, molti bambini sono coperti di piaghe, altri sono vittime di gravi ritardi mentali. Analisi effettuate nel 2004 in un ospedale serbo hanno evidenziato alte percentuali di piombo nel sangue dei piccoli rom di Osterode e Cesmin Lug. Il lento e costante avvelenamento aggrava le già precarie condizioni di salute segnate dalla malnutrizione e dai disagi della povertà. I rappresentanti dell’Onu hanno riconosciuto che le condizioni di vita sostenute dalle famiglie rom in questi campi “rappresentano un’affronto alla dignità umana”. Sette anni dopo la situazione non è cambiata e l’esposizione agli agenti inquinanti continua a mietere vittime. Il programma di rientro dei profughi nei territori kosovari è lento e tortuoso, il clima d’intolleranza e il settarismo albanese precludono ai rom diritti elementari, come istruzione e assistenza sanitaria .

Oggi Mahalla Mitrovica è un gruppo di casette di mattoni rossi su un’area sterrata dove si intravedono le piante delle vecchie costruzioni rase al suolo nel 99. Su un lato del campo un gruppo di uomini lavora per rimuovere erbacce e calcinacci, sono i profughi tornati grazie a un programma internazionale di aiuti, gestito da un gruppo norvegese . La mattina i cooperanti portano a Mahalla la spesa con cui mangeranno gli operai. Alcune donne cucinano e apparecchiano la tavola. Gli uomini e le donne che ricostruiscono il quartiere ricevono 10 euro al giorno.

Quello che colpisce è il loro atteggiamento, nonostante le persecuzioni e il sistematico tentativo di annientamento della comunità, quando chiedo alle famiglie tornate a Mahalla com’è ora la situazione, mi rispondono in lingua romi “dobro, dobro” (”bene, bene”) dai loro racconti agghiaccianti non trapela nessuna forma di odio o vendetta. La nomea e l’aspetto di brutti, sporchi e cattivi cozza con l’indole mite e pacifica che mostrano nell’affrontare le avversità quotidiane.

Fabrizio Incorvaia, Peacereporter

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