Gioventu’… bruciata?

Un’inchiesta realizzata dall’Osservatorio sui Diritti dei Minori rivela che a Milano e provincia sono molti i ragazzi che preferiscono spendere ogni giorno tre o più ore del loro tempo libero all’interno di un centro commerciale o di spazi analoghi. Un dato che si presta a una serie di interpretazioni, sulle quali abbiamo riflettuto a colloquio con il sociologo Alberto Abruzzese.

Che le giovani generazioni tendano a trasformare le proprie esistenze in una sorta di perenne second life anche nella quotidianità del loro mondo reale, è argomento che alimenta la discussione di studiosi specializzati e genitori apprensivi già da qualche tempo.
Tra le manifestazioni più eclatanti di tale fenomeno c’è quello della creazione da parte dei ragazzi di nuovi punti d’incontro, luoghi appartenenti a una contemporaneità soltanto qualche decennio fa difficile da immaginare. Un elemento, questo, confermato dall’indagine resa nota dall’Osservatorio sui Diritti dei Minori, presieduto da Antonio Marziale, che ha realizzato la sua ricerca su un campione di 500 adolescenti compresi tra i quattordici e diciotto anni, equamente divisi tra maschi e femmine, residenti a Milano e provincia. Ne risulta che il 73% trascorre in media tre ore al giorno nei centri commerciali e il 19% di essi addirittura il doppio; ne consegue che pian piano questi megacomplessi si stanno trasformando nei neo-luoghi preferiti, scelti per soddisfare il desiderio di socializzazione adolescenziale.

Ma è proprio così? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Abruzzese, sociologo di competenza riconosciuta non soltanto in Italia, che dei giovani possiede una istantanea costante anche grazie alla sua attività di docente universitario. Abruzzese ci parla di questa tendenza somigliante “al fenomeno del navigare in rete: voglio dire spazi disarticolati rispetto ai vecchi spazi, organizzati attraverso sistemi precostituiti, che vanno a sostituire i tradizionali punti d’incontro, come le piazze, le strade. All’ambientamento ora si preferisce sostituire lo straniamento, di certo componente non trascurabile dell’attuale universo giovanile”. Uno straniamento che i giovani riescono ad ottenere anche con l’aiuto di nuovi e sofisticati strumenti tecnologici, dall’I-pod al MP3, solo per citare i più conosciuti e utilizzati al momento.

Questo ritrovo atipico nel centro commerciale, secondo Abruzzese coinvolge tanto l’aspetto vissuto “come tempio del consumo”, quanto quello vissuto come luogo in cui ci si può incontrare, “il luogo d’incontro che più somiglia alla percezione astratta e sublimata del mondo che i giovani hanno: lì c’è tutto, c’è il grafico della vita, il luogo più ospitale che si possa trovare nel raggio di chilometri, e la sua peculiarità sta proprio nel fatto di essere una piattaforma che apparentemente non vincola, almeno non con i vincoli tradizionali”. Da qui, i vincoli tradizionali diventanto estranei: “Penso alle scuole e alle università -contiuna Abruzzese-, dove noi docenti spesso sembriamo essere recepiti quasi come degli intrusi”.

Viene in mente Marc Augé, e l’oramai classica definizione di “non-luoghi”, che tanta fortuna ha avuto nelle scienze sociali e antropologiche. Ma come Abruzzese ben evidenzia, “il processo descritto da Augé nel nostro caso viene ribaltato: non più luoghi svuotati di senso, di memoria, di cultura, che automaticamente divengono non-luoghi; al contrario, qui i non-luoghi trovano luogo proprio dove storia e tradizione non c’è”.

Rimane una curiosità, inerente il rapporto tra figli e genitori, laddove quest’ultimi potrebbero essere portati, più o meno consciamente, a preferire che ragazzi e ragazze ancora minorenni si rechino in un luogo chiuso e iper-controllato, da occhi umani e non umani, piuttosto che far loro correre i pericoli della strada, l’incontro con lo sconosciuto, la frequentazione di zone e spazi poco conosciuti e poco sicuri. “In fondo, un meccanismo molto simile a quello di lasciare un bambino di quattro anni-cinque anni con baby sitter e tivù accesa: in questo caso, il modello dell’ipermercato nell’immaginario protettivo del genitore diventa strumento funzionale alla protezione del figlio”.

Un figlio al caldo e al sicuro, con gli amici e le amiche fidate, al chiuso del centro commerciale. Un figlio in questo modo portato inevitabilmente a confrontarsi con l’etica e l’estetica del consumo, in termini di quantità, costi e selezione, così come i veicoli promozionali del prodotto-merce insegnano oramai da decenni.

Convivere con il mercato, per imparare a diventare sempre più consumatore, sempre meno cittadino.

Emiliano Sbaraglia, Aprileonline.info

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