Birmani in fuga

Organizzazioni internazionali come il Programma alimentare mondiale o human Rights Watch lanciano appelli perché si intervenga contro il regime birmano che sta riducendo un Paese potenzialmente ricco alla fame. Intanto però i media del regime ci proponevano ieri le immagini della povera capofila dell’opposizione democratica, Aung San Suu Kii. La nobel per Pace 1991 era costretta a fare da specchietto per le allodole a beneficio dei fotografi in un incontro con il ministro per il lavoro e i rapporti con l’opposizione. Il militare Aung Kii, pupazzo della Giunta, viene spesso utilizzato dai dittatori per dare una faccia presentabile del regime. Subito dopo è arrivata la prima concessione del regime: 70 detenuti imprigionati durante le rivolte represse col sangue il 25 settembre, sono stati rilasciati. Tra di loro, 50 sostenitori della Nld (National League for Democracy) di Aung San Suu Kii. Anche il decano del partito, Hla Pe, era tra gli scarcerati, tutti detenuti fino a quel momento nei campi di detenzione straordinaria costruiti apposta ad Insein, un quartiere dormitorio a nord dell’ex capitale Rangun. Un segnale di spiraglio aperto verso le trattative.

“Almeno 5 milioni di persone soffrono la fame e troppi abitanti contraggono malattie e vivono in povertà” denunciava la scorsa settimana a Roma il Programma alimentare delle nazioni Unite (Pam o Wfp). Il direttore per l’asia Tony Banbury, esortava i militari a “intraprendere “riforme immediate e importanti a beneficio delle persone disperatamente povere e bisognose” del Paese, dove il Pam sfama 500mila persone. “In uno Stato così pieno di risorse come la Birmania nessuno dovrebbe soffrire la fame, e invece sono milioni” ha detto Banbury, di ritorno da 14 giorni nel Paese. Le persone bisognose di assistenza umanitaria secondo l’Onu sarebbero milioni, ma i militari non permettono l’accesso a intere aree del paese: un desolante quadro dello sfacelo della politica pianificata da socialismo reale dei militari, che hanno portato al disastro “una economia che era tra le 3 più forti e promettenti d’Asia nel 1948, anno dell’indipendenza”.

E secondo il rapporto annuale dell’associazione (sede a Bangkok) ‘Thailand Burma border Consortium’ (Consorzio della frontiera Birmano thailandese), ci sarebbero almeno 503mila sfollati interni al momento nel paese sotto dittatura, almeno nei siti censiti. Il Tbbc ha effettuato ricerche soprattutto negli stati dove la Giunta combatte gli indipendentisti delle etnie ribelli, come gli Shan i Karen, i Mon i Chin e i Karenni, per trovare che 99mila sfollati erano recenti. Gente che scappava alle persecuzioni anti monaco scatenate dalla repressione violenta del 25 settembre. Altri 109mila si erano rifugiati secondo indicazioni fornite dai militari secondo piani preordinati. Questi ultimi rientrano in un piano preordinato della giunta per spopolare le regioni ribelli. E infine altri 295mila sono sfollati in aree controllate da gruppi armati che hanno patteggiato un cessate-il-fuoco con la Giunta, con la quale combattevano fino a poco prima.

Molti di questi sfollati, secondo anche il rapporto periodico della ong Human Rights Watch, sezione Asia, sono dovuti scappare a seguito di pressioni dei militari che volevano sgomberare aree oggetto di speculazioni economiche, come sfruttamento di miniere d’oro, o costruzione di dighe o intere centrali elettriche. E’ il caso del Fiume Salwin nella zona dei nativi Karen, lungo il confine con la Thailandia, dove i militari stanno svuotando i villaggi per inondare le vallate e costruire alcune dighe commissionate dall’autorità thailandese per l’Elettricità. I campi che costeggiano il confine Thai dove da oltre 20 anni venivano accolti i rifugiati birmani sono circa 10, casa per una sfortunata generazione di 150mila birmani. Come se non bastasse, il governo di Bangkok gioca a scaricabarile con il destino di questi sfollati: in gennaio ha chiesto all’alto Commissariato onu per i rifugiati d’interrompere ogni procedura per l’assegnazione dello status di rifugiato. Il risultato è che gli ultimi arrivati non possono vedersi riconosciuti rifugiati per mesi o anni, rimanendo esposti “ai soprusi dei poliziotti thailandesi” sostiene Human Rights Watch, che li minacciano di rimpatrio in Myanmar.Come i circa 500 rifugiati delle tribù Shan che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi lungo il fiume Mekong, ma non possono entrare in uno dei 4 campi profughi allestiti per gli Shan nella provincia thai di Chiang Rai, perché agli Shan non viene più garantito automaticamente nessun rifugio.

Gianluca Ursini

peacereporter.net 

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