La verità fa paura

comunicato Amnesty del 2005

Mercoledì 6 aprile, a quasi quattro anni dalle operazioni di polizia che caratterizzarono lo svolgimento della riunione del G8 del 2001 a Genova e le manifestazioni ad esso collegate, 28 funzionari di polizia – alcuni dei quali di alto grado – compariranno in giudizio. Il processo riguarda il raid notturno compiuto dalle forze dell’ordine nei locali di una scuola utilizzata come dormitorio per i manifestanti e segreteria del Genoa Social Forum. Le accuse contro gi imputati comprendono l’abuso di autorità, la fabbricazione di prove false e gravi lesioni fisiche.

Amnesty International giudica positivamente l’apertura del processo come un significativo passo avanti per combattere l’impunità della polizia. Tuttavia, l’organizzazione per i diritti umani lamenta il fatto che le autorità non abbiano preso altre misure decisive in questa direzione, in relazione sia ai fatti del G8 che a un più ampio contesto di frequente effettiva impunità per le forze dell’ordine e per il personale carcerario, accusati di torture, maltrattamenti e forza eccessiva, come registrato da molti anni da Amnesty International.

Le 93 persone arrestate nel corso del raid all’interno della scuola dichiararono di non aver opposto resistenza, come invece sostenuto dalla polizia, e di essere state sottoposte a percosse deliberate e gratuite. Almeno 62 di esse vennero ferite; 31 furono trasferiate in ospedale, in tre casi in condizioni critiche. Alcuni di essi ricevono cure mediche ancora oggi. Gli arrestati furono accusati non solo di resistenza a pubblico ufficiale ma anche di furto, detenzione di armi e appartenenza a un’organizzazione criminale dedita al saccheggio e alla distruzione della proprietà. Nel febbraio 2004, al termine delle indagini, tutti i procedimenti furono chiusi per mancanza di prove.

Sono solo 28 i funzionari di polizia sottoposti a processo: decine di agenti che parteciparono al raid e che si ritiene avessero preso parte alle aggressioni fisiche, non hanno potuto essere individuati poiché i loro volti erano pesantemente travisati da maschere, sciarpe o caschi e non portavano targhe identificative recanti nomi o numeri di matricola.

Amnesty International ha ripetutamente sollecitato l’Italia a recepire il Codice di etica della polizia, adottato dal Consiglio d’Europa nel settembre 2001, e ad assicurare che i suoi pubblici ufficiali siano obbligati a mostrare in maniera evidente alcune forme di identificazione individuale, come un numero di matricola, al fine di evitare il ripetersi di situazioni d’impunità.

Un altro metodo riconosciuto a livello internazionale per prevenire lo sviluppo di un clima d’impunità e ulteriori abusi da parte della polizia è la sospensione dal servizio di coloro che sono sospettati di aver commesso reati come quelli oggetto del processo, in attesa dell’esito dei procedimenti penali. Amnesty International ha notato con preoccupazione che gli agenti che sono sotto processo in relazione al raid di Genova non sono stati sospesi dal servizio e, in alcuni casi, sono stati promossi.

La maggior parte delle persone arrestate nel corso dei raid venne trasferita nel centro di detenzione temporanea di Bolzaneto. Vi transitarono oltre 200 persone, molte delle quali furono private dei fondamentali diritti riconosciuti a livello internazionale ai detenuti, tra cui il diritto di avere accesso agli avvocati e all’assistenza consolare e quello a informare i familiari sulla propria situazione. Nel corso di un’udienza preliminare, i pubblici ministeri di Genova hanno illustrato in modo efficace le prove degli abusi verbali e fisici subiti dai detenuti. Hanno descritto, tra l’altro, come i detenuti fossero stati presi a schiaffi, calci, pugni e sputi; sottoposti a minacce, compresa quella di stupro, e ad insulti anche di natura oscena e sessuale; obbligati a rimanere allineati e in piedi per ore, a gambe divaricate contro un muro; privati di cibo e acqua per lunghi periodi; soggetti a perquisizioni corporali effettuate in modo volutamente degradante, con uomini costretti ad assumere posizioni umilianti e donne forzate a denudarsi di fronte ad agenti di sesso maschile. I pubblici ministeri hanno citato singoli casi di abuso: una ragazza la cui testa è stata spinta in un gabinetto, un ragazzo obbligato a camminare a quattro zampe e ad abbaiare, il pestaggio di un detenuto non in grado di rimanere in piedi per ore poiché aveva un arto artificiale.

La pubblica accusa ha chiesto l’incriminazione di 15 agenti di polizia, 11 carabinieri, 16 agenti di custodia e cinque membri del personale medico per vari reati tra cui abuso di autorità, coercizione, minacce e lesioni fisiche, accusandoli di aver sottoposto i detenuti a trattamenti crudeli, inumani e degradanti in violazione dell’art.3 della Convenzione europea sui diritti umani e le libertà fondamentali. I pubblici ministeri hanno anche espresso il timore che, dato il tempo già trascorso, possa intervenire la prescrizione e che gli accusati non potranno mai essere sottoposti alla giustizia.

Amnesty International sottolinea che uno dei più efficaci modi per prevenire la tortura, i maltrattamenti e la forza eccessiva è l’applicazione di sanzioni adeguate – commisurate alla gravità del reato – da parte del sistema di giustizia penale. Sapere che i tribunali sono pronti a infliggere pene severe nei confronti di chi ordina, condona o perpetra la tortura e i maltrattamenti costituisce uno dei più concreti fattori di dissuasione. Sottoporre alla giustizia i responsabili non solo dissuade questi ultimi dal reiterare i propri crimini ma rende anche chiaro ad altri che i maltrattamenti non saranno tollerati, rassicurando al tempo stesso l’opinione pubblica che nessuno è al di sopra della legge.

Nel luglio 2001, data la deprecabile assenza in Italia di un’istituzione nazionale indipendente sui diritti umani o di un organismo indipendente competente a ricevere denunce nei confronti della polizia e ad accertarne le eventuali responsabilità, Amnesty International aveva chiesto l’immediata costituzione di una commissione d’inchiesta, pubblica e indipendente, sull’operato della polizia durante il G8 indicando alcuni criteri idonei a dare efficacia a tale organismo. Da allora non è stato creato alcun organismo del genere, ma la sua necessità permane ancora oggi; esso potrebbe costituire la base per la creazione di un meccanismo permanente e indipendente di controllo, col mandato di prendere in esame tutti gli aspetti delle operazioni di polizia.

L’importanza della volontà politica di contrastare l’impunità della polizia non può essere minimizzata. Amnesty International richiama le chiare indicazioni che il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha diffuso l’anno scorso a tutti gli Stati membri “(…) Nessuno deve essere lasciato nel dubbio che le autorità dello Stato non intendano combattere l’impunità. Questo [impegno] rafforzerà le azioni intraprese a ogni altro livello. Quando necessario, le autorità non dovranno esitare a trasmettere, mediante un messaggio formale ai più alti livelli politici, il chiaro segnale che ci dovrà essere tolleranza zero nei confronti della tortura e di altre forme di maltrattamento”.

Amnesty International deplora che a diciassette anni dalla ratifica della Convenzione dell’Onu contro la tortura e nonostante ripetuti solleciti da parte di organismi intergovernativi – tra cui il Comitato dell’Onu contro la tortura e il Comitato sui diritti umani – l’Italia non abbia ancora introdotto nel codice penale il reato di tortura, così come previsto nella Convenzione dell’Onu contro la tortura.

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