Palermo e’ grande

Sorridono, alzano le dita in segno di vittoria, si abbracciano, si spellano le mani per applaudire poliziotti e magistrati che li hanno “liberati” da Provenzano e dai Lo Piccolo, da chi ha imposto loro per anni la “tassa” a Cosa nostra. È una Palermo irriconoscibile quella che riempie fin su al loggione quello stesso teatro Biondo che tre anni fa rimase deserto quando Confindustria e Anm organizzarono un convegno su mafia e racket.

Ci sono, questa volta tutti o quasi, i rappresentanti di industriali e commercianti, i volti noti dell’associazionismo, ma anche tante facce di gente qualunque, che ascolta, si guarda attorno, forse alla ricerca di un coraggio finora mancato. Una ragazza affida una disperata invocazione d’aiuto a un foglio che abbandona su una poltrona. “Sono la figlia di un imprenditore palermitano, sono venuta qui da sola speranzosa di trovare degli amici. Paghiamo tutti il pizzo e mio padre lo considera un costo fisso. È onesto, ha sempre camminato a testa alta pagando le tasse, ma ha paura di rimanere solo. Urlate, urlate per me che qualcosa può cambiare”.

Chissà se la ragazza è ancora lì quando mille mani alzate a V salutano sulle note di “Ecco l’isola che non c’è” il battesimo dell’associazione antiracket “Libero futuro”, 40 soci, la prima che si riesce a fondare a Palermo in sedici anni, dalla morte di Libero Grassi, l’imprenditore ucciso per aver detto no al pizzo nel silenzio degli industriali. Che ieri hanno voluto chiedere pubblicamente scusa alla vedova Pina Maisano Grassi con il loro nuovo leader, Ivan Lo Bello.

E adesso gli industriali chiedono persino l’iscrizione ad “Addiopizzo” l’associazione di giovani che una notte di tre anni fa tappezzarono Palermo con degli adesivi con su scritto “Un popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. All’inizio erano sette, volevano solo aprire un pub e si chiesero che fare se qualcuno fosse venuto a chiedere “la tassa”. Oggi la scelta dei figli ha finito con il trascinare i padri.

A Tano Grasso, presidente della Federazione antiracket, brillano gli occhi a ricordare la strada fatta negli ultimi 17 anni da quando, dal suo negozio di scarpe di Capo d’Orlando, si mise insieme ad altri commercianti per denunciare gli estorsori della cosca di Tortorici. Ai sottosegretari Ettore Rosato e Sandro Pajno, dice che “delle risposte di questo governo non siamo affatto soddisfatti, non ha mostrato alcun segno di discontinuità con il passato, non ha capito che noi siamo una risorsa”.

Poi passa il testimone al presidente dell’associazione “Libero futuro”. Enrico Colajanni è il figlio di Pompeo il “partigiano”, è uno dei fondatori di Addiopizzo. Al decalogo del bravo mafioso di Salvatore Lo Piccolo risponde con il decalogo del bravo commerciante: “Caro collega, non intrattenere rapporti di alcun tipo con persone sospette, respingi subito ogni richiesta estorsiva, non pensare di trattare con i mafiosi e soprattutto non gestire da solo momenti e decisioni così delicate. L’associazione antiracket che abbiamo costruito serve per aiutarti affinché sia tu stesso a toglierti dagli impicci”.

Tiene i piedi per terra Colajanni. “Oggi Palermo mi sembra grande, ma dovremo misurarci con le denunce che saremo in grado di produrre”. Sullo schermo del Teatro scorre una frase di Goethe: “La paura bussò alla porta, il coraggio aprì, non c’era nessuno. Era il coraggio di un intero popolo”.

repubblica.it

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