La trappola del generale

Il generale confonde le acque: “L’attuale comandante della Guardia di Finanza, decade: io sono stato reintegrato automaticamente”. Se si vuole comprendere per bene chi è il generale Roberto Speciale, quale spirito istituzionale lo anima, come intende il servizio allo Stato e alla Costituzione, bisogna soltanto ascoltarlo.

Sono le sue parole che ce lo raccontano. La sua arrogante noncuranza per leggi, l’indifferenza per una corretta lealtà istituzionale lo rappresentano meglio di qualsiasi giudizio o sentenza. Il tribunale amministrativo del Lazio accoglie il ricorso del generale. Il governo ha molto pasticciato nel sostituirlo. Non ha più nessuna fiducia in quell’ufficiale eppure, per liberarsene, lo propone per la Corte dei Conti. Primo errore.

Poi, l’Esecutivo ci ripensa. Speciale l’ha fatta troppo grossa per ottenere un qualsiasi altro incarico di prestigio e senza “una corretta e precisa motivazione” sostiene il Tar – quindi, non secondo “procedure acconce” – Speciale viene sostituito. Il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa rende pubblica dinanzi alle Camere la necessità di allontanare un ufficiale sleale e inidoneo. Nomina il suo successore, senza revocarne l’incarico. Secondo errore.

E’ uno sgorbio, “un eccesso di potere” per la magistratura amministrativa. Quest’esito permetterà forse a Roberto Speciale, come dice, di presentarsi lunedì al comando generale della Guardia di Finanza? Naturalmente, no. Lo spiegano con apprezzabile equilibrio, onesta serenità proprio gli avvocati del generale. “Speciale dovrebbe essere reintegrato nei ruoli dell’amministrazione militare di provenienza, ovvero l’Esercito, e lui ormai come ufficiale delle Forze Armate è in pensione”. E poi, il comando della Guardia di Finanza è “un incarico fiduciario” nella esclusiva disponibilità dell’Esecutivo e non ancora della magistratura amministrativa.

Roberto Speciale non rimetterà mai più piede alla Guardia di Finanza. Lo sa, e nonostante lo sappia, finge di non saperlo per trasformare un affare amministrativo, affrontato dal governo con uno sconcertante dilettantismo, in un conflitto istituzionale, in “caso politico”. Dimentico della spensieratezza con cui ha dissipato, a piacer suo, beni pubblici (è sotto inchiesta), Roberto Speciale avvelena la comprensione della sentenza del Tar, la inquina confermando quel che è una costante dei suoi comportamenti: egli, con ostinazione, nega al governo del centrosinistra – come ha fatto durante il tempo del suo comando e contrariamente a quanto gli è capitato di fare nella legislatura del centrodestra – le prerogative proprie dell’Esecutivo. Non le riconosce. Le contesta alla radice con un’interpretazione tutta politica che si può dire “eversiva” del suo ruolo e della sua funzione.

Nelle mosse di Speciale contro il governo ci sono soltanto ragioni politiche. La “schiena diritta del soldato” è enfasi di facciata, buona per gli ingenui. Politico è lo scontro che il generale ingaggia con il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco, fin da primo giorno dell’insediamento del governo. Visco ritorna al ministero dove fu già ministro delle Finanze con la missione di riportare nelle casse dello Stato parte dei miliardi evasi al fisco. Conosce la dedizione della Guardia di Finanza, ma è consapevole che esistono aree di complicità con i poteri politici, economici e finanziari.

Chiede informazioni, vuole saperne di più. Gli viene detto, anche autorevolmente, che a Milano si è creata un’incrostazione che sembra far capo agli ufficiali che Giulio Tremonti, ministro dell’Economia del governo Berlusconi, ha scelto, indicato e promosso con il consenso del disponibile e “sempre sugli attenti” Roberto Speciale (“E’ un intreccio, sempre gli stessi, sempre negli stessi luoghi, sempre a contatto con gli stessi interessi”). Chiede che il comandante vi ponga rimedio sostituendoli, “senza danneggiarne la carriera” e “senza indicarne i successori”. Se avesse voluto punirli per l’inchiesta Unipol, come poi dirà Speciale, li avrebbe danneggiati. Se avesse voluto controllare l’indagine, come insinua il generale sostenuto dal coro di centrodestra, avrebbe scelto per la bisogna ufficiali affidabili e fedeli. Li lascia invece scegliere al comandante. Visco s’inganna ad affidarsi, in quest’operazione di risanamento, a un gruppo che ritiene più attendibile sottovalutando che il gruppo uscente gli avrebbe teso un “trappolone”. Speciale lo prepara con cura. Provoca il viceministro. Visco reagisce. E il generale lo attende al varco. Si procura testimoni (suoi collaboratori e subordinati); prende nota di ogni parola; annota ogni telefonata fino a quando non fa scattare il trabocchetto. Denuncia addirittura il viceministro alla procura di Roma, che chiederà l’archiviazione.

L’errore del governo in quel conflitto fu di non rendere esplicite le ragioni dell’insoddisfazione per il comando di Speciale, di non fare della trasparenza di un’istituzione essenziale come la Guardia di Finanza una questione pubblica. Si può intuire che quella scelta sia stata il frutto di una sensibilità istituzionale. Il governo ha voluto risparmiare alla Finanza e agli apparati dello Stato uno strappo. Fu sottovalutato in quell’occasione il ruolo distruttivo e “politico” che, al di là di ogni lealtà istituzionale, il generale si è attribuito o gli è stato attribuito.

Lo stesso ingenuo errore è stato commesso quando finalmente è apparso chiaro che Roberto Speciale andava sostituito. Invece, di rendere pubbliche fin da subito le sue gravi condotte, si è cercato con il generale il compromesso, la buonuscita di prestigio alla Corte dei Conti, senza comprendere che la trattativa per Speciale era soltanto l’occasione per un nuovo “trappolone”. Che puntualmente è scattato, complice l’approssimazione dello staff di Padoa-Schioppa. In questa storia, non si sa se trovare più sorprendente il dilettantismo amministrativo del governo o la cieca timidezza che impedisce all’Esecutivo di scorgere – e affrontare con la necessaria energia – avversari politici e scorretti servitori dello Stato.

Giuseppe D’Avanzo, Repubblica.it

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