Rimuovere la storia è sempre pericoloso

La Giornata del ricordo. Lucio Villani, professore di storia contemporanea presso l’Università Roma Tre, ci guida a meglio comprendere questa pagina di storia. di Alessandro La Noce

Questa tragedia che interessò i territori dell’Istria e della Dalmazia a partire dall’autunno del 1943, subito dopo l’armistizio, fino al 1947, vide rastrellati, deportati e uccise migliaia di persone, per lo più italiani, civili, partigiani e membri dell’esercito. Lo sterminio fu condotto seguendo la direttiva di Tito che ordinava di eliminare i fautori del nazionalismo italiano. Furono quindi arrestati fascisti, anti-fascisti e partigiani, cattolici ed ebrei, uomini, donne, vecchi e bambini, industriali, agricoltori e pescatori, secondo un disegno che prevedeva l’epurazione attraverso torture, fucilazioni e appunto infoibamenti. Ma quei fatti si spiegano solo considerando ciò che su quelle terre del confine orientale è accaduto dalla fine della prima guerra mondiale, e di come i vincitori del 1918 furono incapaci di affrontare i problemi posti dalla compresenza di gruppi nazionali ed etnici diversi.

A questo proposito voglio ricordarti il discorso che tenne Mussolini nel quale affermava testualmente “di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Non solo il discorso di Mussolini a Pola del 1920, ma anche quello cha avvenne dopo. La chiusura delle scuole slovene e croate, i licenziamenti, gli espropri, l’italianizzazione forzata imposta dal regime durante il ventennio, la confisca dei beni e la distruzione delle abitazioni, i massacri dei civili, la loro deportazione in campi di concentramento. Tutto questo è alla base dell’odio popolare e della rivolta nei confronti dell’Italia fascista che ha dichiarato guerra e occupato parte della Jugoslavia. Ecco che cosa significa parlare delle foibe: chiamare in causa il complesso di situazioni cumulatesi nell’arco di un ventennio con l’esasperazione di violenza e di lacerazioni politiche, militari, sociali concentratesi in particolare nei cinque anni della fase più acuta della seconda guerra mondiale. È qui che nascono le radici della violenza comunista, dell’odio, delle foibe e dell’esodo dall’Istria.

Parliamo di popolazioni civili, che con il loro carico umano e con le loro profonde implicazioni politiche, sociali e demografiche, hanno costellato il Novecento.

Esodi e contro-esodi forzati, basta pensare a quello che avvenne alle popolazioni centro-europee partendo dalla Prussia orientale e occidentale, per poi estendersi alla Slesia, Boemia, Moravia, Slovacchia, Polonia, Volinia, Ungheria, Slovenia, Croazia, Voivodina, Transilvania, Banato e Ungheria insomma, tutta l’Europa centro-orientale. Su questa drammatica pagina della storia europea, come sulla sorte dei fiumani istriani e dalmati, per molti anni è scesa la nebbia, per questo va riconosciuta oggi la validità e l’importanza di questa giornata del ricordo.

Ma perché questa censura durata decenni?

Più appropriatamente si è parlato di congiura del silenzio o più amaramente di oblio. Di aver negato, o teso a ignorare, la verità per pregiudiziali ideologiche e cecità politica, e dell’averla rimossa per calcoli diplomatici e convenienze internazionali. Se per Togliatti aveva senso di coprire la responsabilità dei comunisti jugoslavi per solidarietà ideologica e per De Gasperi in clima di guerra fredda era certamente meglio mantenere Tito a galla, per gli americani era utile coprire la Jugoslavia in funzione antisovietica con buona pace delle vittime.

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I ricordi ragionati al posto degli odi esasperati

di Ernesto Fedi

Il Giorno del Ricordo è stato istituito quattro anni fa dal Parlamento per rendere omaggio ai morti delle Foibe dal 1943 al 1945 e ai 300mila esuli delle coste istriane e dalmate negli anni tra il 1945 e il 1954.
“Le Foibe, ha affermato lo storico Spazzali, furono il prodotto di odi diversi:  etnico, nazionale ed ideologico”.
Ed è’ illuminante quanto ha scritto in proposito Enzo Collotti: “Fino a quando si continuerà a voler parlare della Venezia Giulia, senza accettarne la realtà di un territorio abitato da diversi gruppi nazionali e trasformato in area di conflitto interetnico  dai vincitori del 1918, si continuerà a perpetuare la menzogna  dell’italianità offesa e ad occultare la realtà dell’italianità sopraffattrice”.
Per capire il fenomeno delle Foibe, bisogna, dunque, far luce  sulla politica di sopraffazione del fascismo contro le minoranze slovena e croata , sulla brutale snazionalizzazione come parte di un progetto di distruzione dell’identità nazionale e culturale delle minoranze, sugli ultranazionalisti italiani che, nel loro odio anti-slavo,  fecero causa comune con i nazisti insediati nel litorale adriatico.
E’ impossibile,  infatti,  parlare delle Foibe senza tener conto del contesto e del clima convulso e violento in cui quegli episodi sono avvenuti.
Già l’annessione dell’Istria all’Italia dopo la Prima Guerra Mondiale, avvenne in un clima di ostilità da parte dei contadini croati e sloveni, che videro la loro economia andare in rovina e si sentirono espropriati ed umiliati.
Ma fu il fascismo a far precipitare la situazione, in una regione multietnica dove il regime attuò in modo violento la politica dell’assimilazione.
Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia dell’aprile 2001: “Nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali, le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati e vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi”.
All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del regime mussoliniano un’azione che aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia.
Emigrarono 105mila sloveni e croati. Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un fortissimo sentimento anti-italiano, ”l’equivalenza tra Italia e fascismo”.
Anche nel ’41 dopo l’occupazione dei territori Jugoslavi, il regime fascista usò la mano dura contro le minoranze, facendo leva sulla violenza, “con deportazioni nei campi istituiti in Italia, il sequestro di beni e l’incendio di case”.

Nel clima di vendetta che seguì l’armistizio dell’8 settembre del ’43, si registrò il primo fenomeno di Foibe con l’uccisione da parte dei titini di alcune centinaia di italiani. Seguì una nuova ondata di violenze di matrice nazi-fascista, con l’incendio di decine di villaggi, l’uccisione di 3mila partigiani  e la deportazione nei campi in Germania di 10mila persone.
Tra il marzo e l’aprile del ’45, gli alleati e gli jugoslavi si impegnarono nella corsa per arrivare primi a Trieste.Vinse la quarta armata di Tito, che entrò in città il 1 maggio. Nelle stesse ore i titini entrarono anche a Gorizia.
Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia del 2001, il movimento partigiano di Tito scatenò un’ondata di violenza. “Tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa di conti per la violenza fascista e appaiono essere il frutto di un progetto politico preordinato in cui confluivano diverse spinte: l’eliminazione di soggetti legati al fascismo e l’epurazione preventiva di oppositori reali”.
Quanto furono le vittime delle Foibe? Nessuno lo saprà mai. Sulla base di vari elementi si calcola che gli infoibati furono alcune migliaia. Alle vittime vanno aggiunti i deportati, anche questi a migliaia, nei lager jugoslavi, dai quali una gran parte non conobbe ritorno. Nel complesso un allucinante  totale di circa 10mila vittime.
C’è poi da chiedersi come mai l’intera vicenda sia rimasta un capitolo oscuro e chi abbia avuto l’interesse a lasciarla nel buio.
Una risposta la dà Maria Calderoni “In primo luogo gli interessi degli anglo-americani. Quando infatti nel ’48 si consumò la rottura tra Tito e Mosca, e l’Occidente guardò al Maresciallo come a un possibile prezioso alleato contro l’Urss, venne lasciata cadere ogni idea di approfondire i fatti del ’45. In secondo luogo a rimuovere fu il governo italiano con De Gasperi che non gradì affatto di accendere i riflettori sulle umilianti condizioni accettate per il territorio libero di Trieste. Il silenzio storico sulle Foibe diventò funzionale al silenzio sul trattato di pace e sulla diminuzione della sovranità nazionale. Infine, l’interesse a mettere a tacere fu anche del PCI,  niente affatto  portato a tornare su una questione che evidenziava le contraddizioni tra la nuova collocazione di partito nazionale, la vocazione internazionalista e i legami con Mosca”.
Oggi si può e si deve fare chiarezza, senza cadere nella propaganda e nelle strumentalizzazioni. Per dirla con Ciampi “E’ giunto il momento che i ricordi ragionati prendano il posto dei rancori esasperati”.

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