Troppo cari i beni alimentari: le Nazioni Unite annunciano la riduzione delle attività.

«Dovremo razionare gli aiuti o il numero di persone assistite». Il grido di allarme arriva dal Programma alimentare mondiale (Pam), l’agenzia delle Nazioni unite che si occupa della raccolta e della distribuzione degli aiuti alimentari in situazione di emergenza. Josette Sheeran, direttore esecutivo del Pam, ha dichiarato ieri alla stampa che l’agenzia sta prendendo in considerazione l’opportunità di ridurre gli approvvigionamenti e di non soddisfare tutte le richieste di intervento. «La nostra capacità di raggiungere le persone da assistere sta diminuendo proprio nel momento in cui i bisogni aumentano», ha detto.
Alla base di questo allarme e di questa crisi, l’aumento dei prezzi sui mercati mondiali dei beni alimentari – dal grano, al mais, dal riso alla soia – che ha fatto aumentare di conseguenza i fondi di cui necessita l’agenzia per acquistare le proprie scorte alimentari. «Se il cibo costa il doppio – ha aggiunto il direttore esecutivo del Pam – potremo comprare la metà dei quantitativi con i contributi che avevamo prima».
La denuncia di Sheeran emerge quindi come un appello ai paesi donatori affinché mettano mano al portafogli ed evitano il collasso della struttura di assistenza in situazioni di emergenza dell’Onu. «Ci vorranno nuovi contributi per garantire che riusciremo a soddisfare i bisogni delle persone che assistiamo in questo momento», ha continuato il direttore, per far capire che è in gioco lo stesso mantenimento dell’attuale struttura d’assistenza.
Ma l’appello del Pam mette anche in luce un altro aspetto, ancora più preoccupante: come sottolinea la stessa Sheeran, l’aumento di questi prodotti ha creato una nuova emergenza e ampliato il potenziale raggio d’azione dell’agenzia Onu. Detto in altri termini, la fame sta colpendo un vasto raggio di paesi e di classi sociali che fino a oggi erano rimasti al riparo da questo flagello, dal Messico all’Indonesia, dallo Yemen al Pakistan. «C’è una nuova area di persone a rischio fame», ha detto Sheeran, soprattutto fra i ceti medi nei paesi in via di sviluppo. Molte persone in questi paesi stanno passando da un regime di tre pasti al giorno a quello di un pasto unico. Secondo quanto affermato dallo dal Pam, «in alcuni di questi paesi questi prodotti sono aumentati dell’80 per cento. Il che vuol dire che molte persone sono puremente e semplicemente tagliate fuori dal mercato».
Per reagire a questa situazione, diversi paesi stanno attuando politiche pubbliche: l’Egitto ha allargato il suo sistema di razionamento dei cibi, mentre il Pakistan ha reintrodotto una carta annonaria che era stata abbandonata negli anni Ottanta.
Il paradosso di questa situazione drammatica è che questo rischio di una crisi alimentare generalizzato è il prodotto di un mercato impazzito e non della scarsità delle derrate alimentari. Negli ultimi due anni, un complesso di fattori ha provveduto a far schizzare alle stelle il valore (e quindi il costo) di tali prodotti: l’incremento della richiesta da parte di diversi paesi (in primis la Cina in rapida industrializzazione, che assiste al mutamento delle abitudini alimentari dei suoi cittadini); l’aumento della popolazione mondiale; un impatto più forte del previsto di carestie e inondazioni; e lo sviluppo del mercato del bio-fuel, che sottrae terra coltivabile ai prodotti alimentari. A questi fattori vanno aggiunte le operazioni di speculazione che sono state compiute sul mercato dei future di Chicago, dove in molti hanno puntato su prodotti come il grano, facendo ulteriormente aumentare il suo valore.
Poche settimane fa, un simile grido di allarme era stato lanciato dalla Fao. L’aumento dei prezzi dei cereali, in particolare del mais e del frumento – aveva avvertito l’agenzia Onu – può diventare un «problema globale». Secondo stime presentate da esperti della Fao, i paesi più poveri vedranno aumentare di un terzo la loro spesa per l’importazione dei cereali e l’Africa nel suo complesso conoscerà un aumento di spesa a tale fine del 49 per cento.
Una situazione non sembra destinata a migliorare nel breve periodo: secondo il dipartimento dell’agricoltura Usa, gli alti prezzi dei prodotti agricoli non caleranno prima di due-tre anni.

Stefano Liberti

il Manifesto 

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