L’Italia, quella vera, non dimentica.

Napolitano depone una corona a Porta San Paolo

È l’otto settembre. La guerra è finita, Pietro Badoglio annuncia la firma dell’armistizio. A Roma, a Porta San Paolo, gli antifascisti difendono la città dall’arrivo dei tedeschi. Inizia la Resistenza e oggi, sessantacinque anni dopo, il Capo dello Stato e i ministri in carica ricordano quella giornata storica, in cui i partigiani iniziarono la sanguinosa guerra di Liberazione e posero la pietra miliare su cui nacque la nostra Costituzione. Ma siamo nel 2008, i post fascisti sono al governo. E a sentire le parole del ministro La Russa quel prefisso, «post», non è più da dare per scontato.

«Farei un torto alla mia coscienza – ha detto La Russa, parlando davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – se non ricordassi che altri militari in divisa, come quelli della Nembo dell’esercito della Rsi, soggettivamente, dal loro punto di vista, combatterono credendo nella difesa della patria, opponendosi nei mesi successivi allo sbarco degli anglo-americani e meritando quindi il rispetto, pur nella differenza di posizioni, di tutti coloro che guardano con obiettività alla storia d’Italia».

A fianco ai due post fascisti di governo, c’è anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che reagisce alle affermazioni di La Russa ricordando i «tanti giovani che combatterono nelle formazioni partigiane» e i «militari, compresi i seicentomila deportati nei campi tedeschi, che rifiutarono l’adesione alla Repubblica di Salò».

Alemanno e La Russa, par di capire, non lo stavano ascoltando. Insomma, va bene ricordare i partigiani, ma non dimentichiamoci i ragazzi di Salò. Non servono a nulla le parole del presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che ricordano a La Russa che «chi militava nella Rsi immaginava a suo modo di combattere per l’Italia, ma combatteva dalla parte sbagliata, e soprattutto ha collaborato anche alla deportazione degli ebrei, andando in giro per le case a fare da interpreti o a sostituirsi ai militari nazisti. Loro – ribadisce Pacifici – hanno una responsabilità forte e senza attenuanti». E non serve a niente nemmeno la pezza che il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva cercato di mettere dopo le polemiche di domenica. A Gerusalemme, il primo cittadino della Capitale , solo poche ore prima aveva spiegato la sua teoria sul Ventennio: «Le leggi razziali sono state il male assoluto, ma non fu così tutto il fascismo». Una frase che ha fatto decidere al segretario del Pd Walter Veltroni di dimettersi dal Comitato per il Museo della Shoah, perchè non si può stare seduti al fianco di chi ancora non condanna il fascismo. E probabilmente non lo farà mai.

In serata però il ministro della Difesa torna all’attacco. «Il Presidente Napolitano non mi ha fatto nessun appunto, anzi ci siamo salutati amichevolmente al termine della cerimonia». «Mi sembra strano che si possa polemizzare contro di me: ho detto cose meno impegnative di quelle che disse Violante riferendosi ai ragazzi di Salò».

A Porta San Paolo Alemanno aveva cercato di recuperare, augurandosi che «Veltroni ci ripensi» e spiegando che la Liberazione servì non solo a «reagire a un esercito invasore ma soprattutto a riconquistare la libertà e la democrazia dopo gli anni del regime fascista». Ma al suo fianco c’è La Russa, che in due frasi spazza via ogni dubbio su quale sia l’esito del percorso ideologico di Alleanza Nazionale. Nessuno.

l’Unità

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