“Non reprimete il nostro futuro”

Non reprimete il nostro futuro. In questi giorni siamo attivamente impegnati nella difesa del nostro futuro nostro e del nostro paese. Scuole e università si stanno mobilitando per chiedere prima di tutto centralità, la consapevolezza che il sapere è il principale motore per il miglioramento delle nostre condizioni di vita. Gli ultimi provvedimenti del Governo prevedono un taglio radicale degli investimenti pari nove miliardi e mezzo di Euro che metteranno in ginocchio il sistema d’istruzione dalle elementari fino all’università.

Questo dato inopinabile, basta leggere il testo della finanziaria, si abbatte sulla nostra percezione del futuro, su quello che saremo domani, sulla qualità della nostra vita, sul desiderio di libertà, che è insito in ognuno di noi.
In un contesto di crisi dell’economia globale, non siamo rimasti passivamente a subire le politiche di un governo che taglia gli investimenti sulla conoscenza, non limitando la spesa pubblica nel sostegno economico alle banche o alla disastrata Alitalia, di cui tutti noi cittadini pagheremo i debiti. La percezione della “crisi”, della “paura” e “incertezza” pervade il nostro presente, sentiamo sulla nostra pelle la mancanza di una vera sicurezza sociale in ambito lavorativo e ci accompagna invece la profonda consapevolezza che in fondo “un domani, saremo tutti precari, che in futuro non avremo mai una pensione, che sarà impossibile per un giovane, comprare una casa”.

E’ nato quindi il movimento plurale nelle sue diversità. Un movimento assolutamente pacifico, reale, partecipativo, democratico, un movimento che nasce per rivendicare più scuola e più sapere, che vuole una conoscenza capace di eliminare le tante ingiustizie sociali che pervadono il nostro tempo. Per questo, non siamo per il mantenimento dello status quo, ma chiediamo invece vero cambiamento, scuole e università al passo con l’Europa, una ricerca al servizio della collettività, la possibilità di raggiungere i livelli più alti dell’istruzione anche se non sei il figlio di un grande industriale. Poco prima delle elezioni Berlusconi diceva ad una giovane precaria: “sposa un miliardario!”. Al presidente del consiglio vorrei dire che io voglio sposare la persona che amo e pretendo, da singolo cittadino, che lo Stato mi assicuri l’accesso ai più alti gradi dell’istruzione, come afferma il dettato costituzionale. L’Italia è un paese dove non esiste il merito, vieni premiato solo se riesci a comprarti titoli generalmente definiti d’eccellenza. Il vero merito sta nell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, nel fatto che anche il figlio dell’operaio può diventare dottore.

Questo è un movimento propositivo, dinamico, pacifico, che vuole studiare di più e si oppone ad un governo che ci vuole far studiare di meno. Che si oppone ad un governo che si rifiuta di affrontare la vera emergenza educativa del nostro paese, pensando che con un grembiulino o un voto di condotta si possa risolvere la fatiscenza dei nostri istituti scolastici, la mancanza di strumenti didattici, la bassezza della qualità delle risorse, l’arretratezza dei nostri sistemi formativi rispetto a quelli del resto del mondo.
Siamo stufi di essere strumentalizzati dal teatrino della politica, non siamo qualunquisti ma vogliamo essere pedine da muovere a secondo dell’esigenza di uno o l’altro partito. Siamo una soggettività indipendente, cittadini e cittadine che hanno dei bisogni e chiedono di essere ascoltati e non repressi con la violenza. Abbiamo promosso lezioni di piazza con i docenti, ci siamo mobilitati con i genitori contro il taglio del tempo pieno nelle scuole elementari, non abbiamo mai usato la violenza e mai la useremo.

Perché il presidente del consiglio invece di ritirare i provvedimenti o almeno discuterli vuole usare la violenza? Si può definire un paese civile e democratico, se l’uso della forza viene usato a sfondo politico, cioè per reprimere un dissenso nei confronti delle politiche del governo? Può il presidente del consiglio usare le forze dell’ordine per dare forza ai suoi disegni politici?

Il 10 ottobre 300.000 studenti e studentesse sono scesi in piazza in tutta Italia, facevo parte della delegazione ricevuta al ministero dell’istruzione. A quel punto, di fonte a due tecnici del ministero spaesati, ci siamo chiesti: e il Ministro? Prima o poi vi incontrerà, rispose sicura di sé una segretaria. Questo momento non è mai arrivato. E’ questa la vostra democrazia? E così invece di risposte politiche abbiamo trovato solo offese: bamboccioni, ignoranti, presuntosi, le dichiarazioni del governo si sono susseguite a ritmo serrato, dimostrando il totale scollamento della politica italiana dalla realtà del nostro paese.

Lanciamo un appello a tutto il paese, nella speranza che si capisca che questa non è una battaglia degli studenti e delle studentesse ma di tutti quelli che pensano che le scuole e le università sono centrali per lo sviluppo sociale e civile della nazione. Lanciamo un appello ai docenti e ai genitori, non ci abbandonate, non fate in modo che la polizia reprima con la violenza il futuro dei figli della Repubblica. Lanciamo un appello al mondo della cultura, all’intellettualità diffusa, all’opinione pubblica, sosteneteci e costruiamo insieme un’altra idea di scuola, le proposte non ci mancano. Lanciamo anche un appello alla stampa, invece di fare solo la cronaca dei jeans che indossiamo o dell’acconciatura all’ultimo grido, lasciateci lo spazio di raccontarci, di rendere pubbliche le nostre proposte, di avviare una discussione seria e pubblica sulla scuola che vogliamo.

Saranno ancora tantissime le pacifiche manifestazioni di dissenso contro questi provvedimenti, stiamo attraversando una fase cruciale della vita del nostro paese, o la democrazia o i manganelli, a voi la scelta…

Roberto Iovino
coordinatore Unione degli studenti

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