In attesa dei decreti attuativi

Non lo hanno fatto solo perché è un’esclamazione troppo romana, altrimenti avrebbero gridato «alea iacta est». Perché questa volta il dado è tratto, davvero. Da ieri sera il federalismo fiscale in Italia è legge. Il Senato ha approvato, in terza lettura, il disegno di legge del governo. A favore ha votato, ovviamente, la Lega. Ma anche il Popolo della libertà e l’Italia dei Valori. Il Partito democratico si è astenuto. L’Udc ha votato contro. «Cani sciolti», rispetto alle indicazioni dei loro partiti il senatore Antonio Fosson dell’Udc-Svp, che ha votato a favore, e i democratici Marco Follini, Claudio Molinari e Franco Bruno, che hanno votato contro. Sono da poco passate le 20: la conta finale è di 154 favorevoli, 87 astenuti, 6 contrari. Un senatore non ha partecipato al voto. Parte il tripudio leghista: dai banchi del governo i ministri del Carroccio si abbracciano, alzano i pugni in segno di vittoria. Dai loro scranni i senatori, tutti con vistosissime cravatte verde padania, festeggiano. Sbandierano fazzoletti col sole delle alpi, applaudono Umberto Bossi. Dalla tribuna ospiti esulta anche Renzo, il figlio-trota del Senatur. Calderoli dà letteralmente i numeri: ventinove, quattro, due, nove e sei. Da giocare al lotto. Sono le cifre della data di ieri più il sei, i sei mesi che il Parlamento ha impiegato ad approvare la legge. «Me li giocherei al lotto perché sono numeri fortunati», esulta. Se lo dice lui… Come che sia, sono tutti contenti, con la sola esclusione del partito di Pier Ferdinando Casini. In primis, ovviamente, la Lega. Il federalismo fiscale è sempre stato un cavallo di battaglia del carroccio, propedeutico, dicono loro, a quello istituzionale. L’approvazione definitiva a poche settimane dal voto europeo e amministrativo permetterà ai padani di sventolare la loro bandierina in campagna elettorale. «Siamo finalmente padroni a casa nostra», ha gioito il capogruppo a palazzo Madama Roberto Cota. Felice anche il Popolo della libertà. Con il «contentino» dato agli alleati potrà finalmente avere un’arma efficace contro le «sbraitate» di Bossi e company. Soddisfatto, o almeno non insoddisfatto, lo è pure il Partito democratico. «Questo testo è fortemente segnato dalle nostre proposte, che sono state accolte e che hanno trasformato un disegno di legge che si ispirava a una visione egoistica del federalismo fiscale in un testo che invece si ispira a un principio di maggiore solidarietà e di maggiore sussidiarietà», ha dichiarato Anna Finocchiaro. In più, si sa, il federalismo fiscale, soprattutto al Nord, è un vessillo che mica si può lasciare in mano solo ai leghisti. E poi, alla fine, al di là dell’aspetto simbolico dell’approvazione definitiva, che farà gioco ai leghisti per raggranellare qualche manciata di voti in più nelle regioni settentrionali, da oggi, praticamente, non cambia nulla. La legge approvata è una semplice «legge quadro». In pratica, fissa i principi generali, le linee di indirizzo. Poi bisognerà aspettare i decreti attuativi perché il sistema entri a regime. E qui son dolori. Prima che vengano tutti approvati, passeranno un paio d’anni, nonostante il ministro Calderoli abbia cercato in ogni modo di accelerare l’iter per approntare tutto in sei mesi. Ci sono quindi 24 mesi per apportare tutti i correttivi possibili. Il governo dovrà poi indicare in uno dei decreti attuativi un termine a partire dal quale, entro cinque anni al massimo, si dovrà completare il passaggio al nuovo regime. Due anni, più cinque: sette, per i padani lunghissimi, anni. Altro che data storica quella di ieri.

Alessandro Braga, il Manifesto

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