Italy, 2010

Una breve riflessione, pescata sul sito di SEL, molto interessante.

Hanno partecipato  in tanti alle manifestazioni di protesta contro il decreto ad listam che si sono svolte in tutta Italia nel fine settimana e questo ha rincuorato non poco chi, sabato mattina, appresa la notizia del varo del decreto con la firma del Quirinale si è sentito cascare le braccia ed ha pensato ancora una volta “ Ma in che Paese vivo ?!“.

Queste manifestazioni e le altre già annunciate sono importanti anche perché a quella domanda disperata si può rispondere che viviamo in un Paese in cui tanta gente  è capace ancora e con forza di reagire ai soprusi e alle ingiustizie e non vuole farsi mettere i piedi sulla testa da una destra arrogante e prepotente.

Certo che la delusione è stata tanta soprattutto per la firma, che non ci aspettavamo, da parte del Presidente Napolitano.

Aggiungo che a questa amara sorpresa si è aggiunta un’altra sorpresa : quella di conoscere le motivazioni esposte dal Capo dello Stato a supporto di quella firma. Ci si poteva aspettare che il Quirinale ricordasse – e non sarebbe stato neanche questa volta un esercizio inutile – che nel porre la sua firma in calce ad atti del Governo, al Presidente della Repubblica non spetta un giudizio sul merito di un provvedimento ma soltanto una valutazione di correttezza formale nel rispetto della Costituzione.

Invece, ed è qui la sorpresa, nel rispondere via mail ad alcuni interlocutori, il Presidente Napolitano ha difeso il decreto proprio nel merito sostenendo che non poteva mancare alla competizione elettorale uno dei due principali contendenti , che lo strumento del decreto era inevitabile perché bisognava prevenire il giudizio della magistratura amministrativa e che in fondo si tratterebbe soltanto di una norma interpretativa, come tale non configgente con il dettato costituzionale.

Noi restiamo convinti, al contrario, di tre cose fondamentali dal punto di vista del diritto costituzionale : 1) che in materia elettorale non si può intervenire per decreto e, quando è stato fatto in rarissime eccezioni, c’era il consenso unanime del Parlamento. Stavolta non è così. 2)  il Titolo V della Costituzione, così come rinnovato nel 2001, assegna alle Regioni, non allo Stato, il potere di legiferare nel dettaglio sulla materia elettorale. Lo Stato deve limitarsi a fornire soltanto i “principi generali”. Con il decreto il Governo va quindi ben oltre le sue prerogative costituzionali. 3) Si interviene ad hoc su due Regioni ( Lazio e Lombardia ) creando una disparità immotivata con le altre e una ancora più grave disparità si crea tra coloro che hanno rispettato la legge e le regole e coloro che per una negligenza peraltro neanche ammessa le hanno infrante e sono stati sanati a posteriori. E stiamo parlando di regole elettorali, le più importanti in un sistema democratico !

Non si può poi dire che sia puramente “interpretativa” una norma secondo la quale non è la lista ma semplicemente il suo delegato a dover essere presente entro una certa ora negli uffici giudiziari preposti. Ci si rende conto di che razza di precedente si introduce in questo modo per le prossime future elezioni ?

E’ stato giustamente ricordato che dal punto di vista giuridico non era affatto in gioco il diritto di voto per una parte degli italiani ma semplicemente il diritto di qualche decina di candidati a concorrere per la carica di consigliere regionale. E questo giustificherebbe un tale stravolgimento delle regole democratiche ?

E poi, se è vero che la giustizia amministrativa doveva ancora pronunciarsi, perché il centrodestra era così privo di fiducia nell’esito delle sue deliberazioni ? Semplice: perché sapevano di essere nel torto e di essere loro, non altri, i responsabili di questo “pasticcio”.

Purtroppo il pressoché totale monopolio dell’informazione ha fatto in modo che molti italiani siano oggi convinti del contrario e cioè che gli esponenti della destra siano non i responsabili di quanto avvenuto ma le vittime di chissà quale complotto illiberale.

Siamo per natura e per cultura lontani da quel dipietrismo che invoca oggi del tutto impropriamente la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica e, pur ribadendo la nostra delusione e le nostra critiche a questo atto del Capo dello Stato, non vogliamo cadere nella trappola mediatica e politica di chi, esponendo più di altri il Colle, vuole occultare o offuscare la verità più profonda e cioè che quello di cui stiamo parlando, contro cui stiamo protestando e manifestando è un atto del Governo Berlusconi e  che lui ne porta la responsabilità. E’ l’ennesimo atto di una destra che calpesta le regole e pretende sempre di farla franca e che ha una idea e una pratica soltanto strumentale della legge e dei suoi rapporti con gli Organi Costituzionali : un rapporto di mera convenienza.

In questi giorni abbiamo dovuto assistere a cose molto gravi : sostenitori della Polverini che la salutavano romanamente, il Ministro della Difesa ( ! ) che minacciava “siamo pronti a tutto” e il Presidente del Senato, seconda carica dello Stato, che affermava a più riprese la superiorità di una presunta “sostanza” rispetto alle regole di una competizione elettorale da lui giudicate mere  “formalità burocratiche”.

Ancora una volta ci viene da dire che l’Italia, soprattutto per la sua storia, per le sue battaglie democratiche, per coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà, non merita una destra così profondamente estranea ai valori della Costituzione.

So già la risposta : ma gli italiani la premiano questa destra. Non è esatto. Berlusconi e i suoi hanno perso spesso nelle elezioni locali e Regionali, per ben due volte nelle elezioni nazionali e, non bisogna mai dimenticarlo, gli italiani bocciarono pesantemente la loro riforma della Costituzione.

Questa destra si può battere e l’indignazione per questa ultima vergogna legislativa deve trasformarsi in una valanga di voti contro la destra alle prossime regionali.

Serve unità e combattività. Serve un progetto alternativo. Sinistra Ecologia e Libertà è in campo per questo.

Carlo Leoni, SEL

link articolo

Invito infine a firmare la petizione (l’ennesima, ahimè) per la difesa dell’acqua pubblica.

Acqua, bugia “europea” e porcata italiana

di Carlo Vulpio, da carlovulpio.wordpress.com

La cosa più sconvolgente di questa storia della privatizzazione dell’acqua, che nessun giornale o canale radiotv dice, è il continuo richiamo alla necessità che l’Italia “si adegui” all’Europa.
“L’Europa lo vuole!”, dicono, e fanno passare per verità assoluta una solenne bugia. Proprio come il famigerato “Dio lo vuole!” dei crociati.

Il decreto-legge Ronchi approvato (con l’ennesimo voto di fiducia) anche dalla Camera dei deputati il 19 novembre 2009, all’articolo 15, ribadisce proprio questo concetto, e cioè che è necessario privatizzare il servizio idrico “per adeguarsi alle direttive europee”.

Peccato che nessuno si prenda la briga di andare a controllare e che un po’ tutti – per abitudine, per pigrizia, per inettitudine o malcelato interesse – diano per scontata una “verità” che non esiste, e che quindi è una bugia.
Quanti parlamentari, quante persone hanno letto – per dire dell’esempio più famoso – il Trattato di Lisbona? Non più di una decina, forse. Ecco, più o meno tanti sono gli individui che hanno letto queste benedette direttive europee a cui l’Italia dovrebbe adeguarsi privatizzando i servizi idrici.
La verità è che si è votato (in Parlamento) e si sta accettando (nel Paese) qualcosa che non esiste, perché le due direttive europee in questione (92/50/CEE e 93/38/CEE) si limitano a chiedere che vi sia concorrenza per i servizi pubblici nazionali e locali, ma escludono da logiche di mercato proprio il servizio idrico.

L’Unione europea non si è mai sognata di chiedere a nessun Paese membro di privatizzare l’acqua e i servizi idrici. Almeno non attraverso il proprio Parlamento e i propri atti ufficiali. Al contrario: la cosiddetta “direttiva Bolkestein” tiene fuori dalla libera circolazione dei servizi proprio il servizio idrico e affida ai singoli Stati membri il compito di stabilire quali siano i servizi “a interesse economico” e quali quelli “intrinsecamente non a scopo di lucro”.

Per questi ultimi, ogni singolo Stato può sancire il divieto totale di apertura al mercato .

A tre anni di distanza dall’emanazione di quella direttiva, però, l’Italia resta uno dei pochi Paesi a non aver ancora scelto quali servizi inserire tra quelli “a interesse economico” e quali considerare “non a scopo di lucro”. E sta procedendo allegramente, e voracemente, verso la privatizzazione di tutti i servizi. Tutto in mano ai privati, dunque, e, solo in via eccezionale, in mano pubblica. Questa è la linea. Del governo in carica e di tanti suoi sodali dell’opposizione.

Questa storia della privatizzazione dell’acqua è tutta nostra, tutta italiana, e l’Europa c’entra poco o niente. In Italia si sta facendo, in nome dell’Europa, ciò che l’Europa non ci ha chiesto di fare. Fantastico. Le lobbies economiche non potrebbero avere partner più fedele e solerte. Come fedeli e solerti furono, nel marzo 2006, al quarto Forum mondiale dell’acqua di Città del Messico, i membri della Commissione europea.
Nonostante il Parlamento europeo avesse definito l’acqua un diritto dell’umanità e non un semplice bene economico, i commissari europei ignorarono completamente la risoluzione del Parlamento europeo e tornarono a definire l’acqua un bene economico.
Non solo. Quando i parlamentari di Strasburgo chiesero conto della loro condotta, i commissari risposero di aver agito su mandato del Consiglio dei ministri della Ue , che in maggioranza erano favorevoli alla liberalizzazione dell’acqua. E così – questa è una di quelle “magie” europee a cui bisognerebbe rimediare prima che sia troppo tardi – un organo eletto dai popoli degli Stati membri, il Parlamento, è stato surclassato e messo alla berlina da un manipolo di signori nominati dai singoli governi.

L’Italia però ha qualcosa in più. L’Italia ha le facce di bronzo. Del governo e della cosiddetta opposizione. Capaci di votare tutti insieme appassionatamente – come hanno fatto Pd, Pdl, Udc e Lega Nord – a favore dell’emendamento presentato dalla coppia Filippo Bubbico- Giovanni Procacci (senatori del Pd).
L’emendamento dice che l’acqua, come risorsa, resta pubblica, ma la gestione dev’essere privata. Esattamente ciò che voleva il governo. Tanto è vero che il senatore Gasparri e il ministro Ronchi hanno elogiato e applaudito il duo Bubbico-Procacci, che si è poi vantato di aver scongiurato con il proprio emendamento la privatizzazione dell’acqua.

Non l’hanno bevuta, è il caso di dirlo, non solo i parlamentari Idv, che hanno votato contro, ma anche tre senatori del Pd – Luigi Zanda, Francesca Marinaro e Paolo Nerozzi – che non hanno votato.

Nel frattempo, mentre sta maturando l’idea di un referendum abrogativo, alcune Regioni hanno preannunciato ricorsi alla Corte Costituzionale contro il decreto-legge Ronchi. Tra queste, anche la Puglia, che ha l’acquedotto più grande d’Europa.
Nel 1999, il governo presieduto da Massimo D’Alema voleva vendere l’acquedotto pugliese all’Enel per 3.100 miliardi di lire, ma l’affare saltò anche per l’opposizione del “governatore” pugliese Raffaele Fitto, attuale ministro per gli Affari regionali.
Oggi, il “governatore” Nichi Vendola, all’improvviso, sotto elezioni e con addosso la voglia matta di ricandidarsi alla guida della Puglia, riscopre l’importanza dell’acqua pubblica.
Peccato che Vendola si svegli solo ora, dopo aver cacciato in malo modo dalla presidenza dell’Aqp Riccardo Petrella, membro del comitato internazionale per il Contratto mondiale sull’acqua, e averlo sostituito con l’ennesimo dirigente politicamente lottizzato. E dopo aver fatto il sordo con chi gli chiedeva di muoversi per proporre una legge regionale che scongiurasse il rischio di lucrare sull’acqua. Ora, probabilmente, vuol far credere che lui, almeno sull’acqua – non dico la Sanità, ma l’acqua -, è diverso da Ronchi, Gasparri, Bubbico e Procacci. Ah, be’… Sì, be’…

(25 novembre 2009)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/acqua-bugia-%E2%80%9Ceuropea%E2%80%9D-e-porcata-italiana/