L’oligarchia spara sui contadini

L’11 settembre sarà ricordato in Bolivia come il giorno del più grave massacro di contadini nella storia democratica del paese. 30 morti, 50 feriti e più di 100 desaparecidos, è questo, per il momento, il bilancio della repressione scatenata dal Leopoldo Fernández, prefetto della regione amazzonica del Pando.
Giovedì 11 mattina, nella località di El Porvenir, le forze paramilitari contrattate dal prefetto Fernández hanno intercettato una marcia di circa mille contadini diretta a Cobija, capoluogo della regione. I manifestanti avevano deciso di protestare contro le violenze provocate, giorni prima, dalle forze separatiste vicine al prefetto. All’altezza della località di Tres Barrancas, molti cecchini, appostati sugli alberi lungo il cammino, hanno aperto il fuoco sulla gente armata unicamente di pali e bastoni. Quando la pioggia di pallottole si è fermata, i paramilitari hanno completato l’opera, picchiando selvaggiamente i superstiti e sequestrando i dirigenti sindacali, per torturali sucesivamente. Non hanno avuto pietà per nessuno. Le prime testimonianze – ancora da verificare – parlano di gente uccisa a sangue freddo, donne uccise a colpi di bastonate e di bambini lanciati nel fiume. Racconti agghiaccianti, che lasciano pensare che il numero delle vittime nei prossimi giorni potrebbe crescere.
Quattro giorni fa, quando sono arrivate le prime notizie degli scontri in Pando, nessuno avrebbe potuto immaginare le proporzioni del dramma. I mezzi di comunicazione privati, controllati dalla destra, hanno cercato di coprire la verità fino a venerdì. Si parlava di scontri tra gruppi di sostenitori del Mas armati e settori vicini alla prefettura e si cercava di attribuire al governo la responsabilità dell’accaduto. Quando sono apparsi i primi cadaveri con segni di arma da fuoco dietro la nuca, la verità è venuta a galla. Le testimonianze dei sopravvissuti e i corpi martoriati dei feriti hanno confermato ciò che già venerdì sera si iniziava a temere: El Porvenir è stato, in questi giorni, teatro di un vero e proprio massacro, perpetrato da gruppi di mercenari di diversa nazionalità [prevalentemente peruviani e brasiliani] contrattati dalla oligarchia terrieria pandina.
Il Pando è uno dei dipartimenti più poveri della Bolivia. La maggior parte delle popolazione vive in miseria estrema e lavora in condizioni di semi-schiavitù. La proprietà delle terre fertili si concentra nelle mani di poche famiglie, come i Fernández. Il prefetto della ragione è un vecchio cacique che, dagli anni settanta, esercita un controllo quasi feudale su gran parte del territorio di Cobija. Ha consolidato il suo potere político e economico durante il periodo della dittatura di Gacía Meza y Celso Torrelio, di cui è stato funzionario pubblico, e ha potuto mantenerlo fino a oggi, grazie agli ottimi contatti con il generale Hugo Banzer e con il suo braccio destro Tuto Quiroga, oggi leader del partito Podemos. Già nel 2006, i servizi di intelligence boliviani avevano denunciato la presenza nella regione di gruppi paramilitari. Il governo di Evo Morales non era riuscito a intervenire legalmente perché gran parte del podere giudizirio è controllato dalla destra.
Il governo ha risposto al massacro contadino dichiarando lo stato d’assedio nel Pando. Venerdì pomeriggio l’esercito boliviano è entrato a Cobija e sta lentamente recuperando il controllo. Il prefetto Leopoldo Fernandez è stato identificato come il principale responsabile del massacro ed è perseguito dalle forze del’ordine: su di lui, pende l’accusa di genocidio. Gli altri prefetti e i cívicos delle province orientali, riuniti nel Conalde, hanno «abbassato la testa» davanti alla gravità delle violenze commesse: da sabato sera, hanno riaperto il dialogo con il governo. Stamattina, i cívicos di Santa Cruz hanno persino dichiarato che sono disposti a rimuovere i blocchi stradali e fermare le azioni di violenza della Unión Juvenil Cruceñista. Adesso, però, la situazione si è ribaltata, sono i settori sociali vicini al governo che non vogliono piú dialogare con i prefetti ribelli.
La gente è infuriata. Le strade di El Alto e La Paz trasudano rabbia. Lunedì mattina si sono svolte a La Paz le prime manifestazioni di protesta contro i prefetti delle province orientali. I cittadini di El Alto hanno occupato le strade della città, chiedendo giustizia per i contadini ammazzati. Chiedono l’espulsione dei prefetti ribelli e la carcere per Leopoldo Fernandez. Il momento più intenso della manifestazione è stato quando i ponchos rojos, i guerrieri aymara di Achacachi, hanno bruciato un fantoccio che rappresentava Leopoldo Fénandez davanti al Tribunale di La Paz. Martedì sono previste manifestazioni anche gli studenti universitari di El Alto e La Paz. Allo stesso tempo, i settori sociali che stanno bloccando l’accesso a Santa Cruz hanno dichiarato che continueranno l’assedio alla città. Tutto sembra indicare che, nei prossimi giorni, la tensione sociale in Bolivia continuerà a crescere.

carta.org

Conflitto nel Caucaso

Georgia e Russia si avvicinano pericolosamente a un conflitto aperto. Dopo l’offensiva dell’alba da parte di Tbilisi contro la capitale sud-osseta Tskhinvali, semidistrutta dai tank georgiani, carri armati russi stanno intervenendo a sostegno dei separatisti, e raid aerei hanno colpito una base militare a 25 chilometri da Tbilisi. Truppe di volontari sono pronte anche in Abkhazia, dove al confine con la Georgia sono ammassati militari, pronti a intervenire a sostegno dell’Ossezia del Sud, aprendo un nuovo fronte.

La diretta su peacereporter.net

Articoli sulla Georgia(1) (2)

Cile: studenti in protesta

La polizia cilena ha arrestato almeno 500 studenti e un giornalista nel corso di diverse manifestazioni, perlopiù pacifiche, che si sono tenute in varie città del Paese per protestare contro il progetto di Legge Generale dell’Educazione.La metà degli arresti, compreso quello di un corrispondente di Radio Canelo, sono stati effettuati nella capitale Santiago, dove squadre anti-sommossa hanno interrotto con gas lacrimogeni e idranti un corteo non violento di studenti universitari e liceali. Negli ultimi giorni, scioperi e occupazioni di scuole e atenei hanno interessato tutto il Cile. I disordini maggiori si sono verificati a Vina del Mar e Valparaiso. Nicolas Manriquez, portavoce degli studenti, ha denunciato lo scontento degli alunni degli istituti pubblici, che lamentano l’assenza di un sostegno da parte dello Stato. Nonostante ciò, la presidente del Cile Michelle Bachelet ha rinnovato oggi il suo consenso alla nuova legge sull’educazione e ha espresso fiducia nell’insegnamento pubblico, sostenendo che “un Paese è più giusto se garantisce a tutti un’istruzione di qualità”.

Peacereporter

Universidad de Chile

La notizia è di pochi minuti fa: in una ventina, tra professori e dirigenti scolastici delle scuole superiori cilene, hanno occupato l’atrio centrale della Moneda, lo storico palazzo presidenziale di Santiago del Cile, sede della Presidente della Repubblica Michelle Bachelet. Obiettivo dichiarato, bloccare la nuova legge sull’educazione che proprio in queste ore si sta votando alla Camera bassa.

“Una legge ingiusta, discriminatoria, che tramite una serie di accorgimenti favorisce indirettamente l’accesso agli studi alle persone con un altro tenore di vita, penalizzando gli studenti più poveri, che ancora oggi sono la gran parte del paese”, sono le ragioni dei comitati studenteschi che, assieme ai loro docenti, hanno ripreso a protestare e a marciare per le strade della capitale e di varie città del paese a distanza di due anni dalle ultime manifestazioni di massa. Mobilitazioni che, di fatto, si sono rivelate inutili: nonostante le promesse di modifiche all’attuale legge, il Parlamento non ha apportato sostanziali modifiche, se non il nome: da Loce (Ley Orgánica Constitucional de Educación) a Lge (Ley General de Educación).

Per questo motivo, l’esercito bianco dei “pinguinos” (gli studenti cileni, chiamati così per via della loro uniforme scolastica), è tornato alla carica. Ma questa volta, dall’altra parte, la mano è stata più dure: non sono mancati episodi di aspre repressioni delle marce, che hanno portato ieri, nella sola Santiago, a una trentina di arresti tra studenti universitari e delle superiori, che si sono aggiunti ai circa 700 degli ultimi due mesi.

Per ora, la Bachelet si è limitata ad affermare che “La Lge è sicuramente meglio della Loce, che venne creata dal regime militare durante la dittatura”.

Con l’occupazione del palazzo presidenziale e gli avvenimenti delle ultime ore (la notte scorsa, a Valdivia, nel sud del paese, una studente di ingegneria di 21 anni è rimasta vittima di un blocco cardiaco durante un attacco dei Carabinieri ai manifestanti ed è tuttora in gravi condizioni), c’è chi teme, nel radicalizzarsi della protesta, una escalation che possa portare a conseguenze ben più gravi, in un paese che non ha mai superato del tutto i 17 anni di feroce dittatura (1973-1990) del generale Augusto Pinochet, morto nel dicembre 2006 all’età di 91 anni.

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