Gaza. Atto infinito.

Due interessanti opinioni di Gideon Levy e Amira Hass, giornalisti israeliani, pubblicate da Internazionale.

Lo scopo dell’operazione Margine protettivo è riportare la calma. Il mezzo per raggiungerlo è uccidere civili. Lo slogan della mafia è diventato la politica ufficiale di Israele. Gideon Levy

 

Quando gli ho chiesto perché si ostinano a giocare una partita militare in cui Israele è nettamente superiore, mi ha risposto così: “Perché nient’altro ha funzionato. Né la diplomazia né l’opposizione pacifica”. Amira Hass

Gaza

Sono passati quattro mesi dall’aggressione (fatto tragico che viene chiamato in diversi modi a seconda della sensibilità, conoscenza e consapevolezza, astuzia e collocazione politica, scelta passata e futura) contro Gaza e già se ne parla meno o per niente, nonostante la situazione in cui verte il popolo palestinese si sia aggravata per la mancanza dell’arrivo degli aiuti promessi ed in larga parte accatastati lungo i confini del territorio egiziano.
La crisi umanitaria di cui si parlava prima, durante l’aggressione, si è aggravata. Continua a mancare tutto. La sensibilità umana o politica dell’opinione pubblica si è espressa attraverso lo slancio incredibilmente positivo della solidarietà internazionale, in modo particolare della gente semplice, prima ancora di quella degli stati, dando una risposta positiva con l’invio di aiuti di ogni genere. Questi aiuti, di cui c’è un estremo bisogno, sono a due passi ma non accessibili.
Al vecchio disastro sono sopraggiunti nuovi, l’annose sofferenze sono state moltiplicate. Sul piano psicologico collettivo segni di dissesti,anche se in presenza di grande dignità, sono in aumento. Infatti cresce una sensazione di impotenza ed isolamento che incentivano una tendenza ad affidare il proprio destino a forze soprannaturali, ad interrogare un destino che sembra autonomo dalle cose razionali, perché effettivamente di razionale in ciò che accade da più da mezzo secolo in quella martoriata terra, c’è poco se non niente.
Il nostro appello per una pace in Palestina, ha avuto una grande accoglienza e spesso commoventi risposte, che ho cercato in tutti i modi di diffondere e fare conoscere alla gente di Gaza in prima persona. La reazione è stata incoraggiante piena di riconoscenza e gratitudine. Non abbiamo saputo essere più efficaci, ma questo non dipendeva solo da noi, e pochi sinceramente sono riusciti ad esserlo. Comunque chi ha voluto questa tragedia, l’ha resa lucidamente sistematica ed impenetrabile, ma anche inenarrabile perché le dimensioni della tragedia nell’insieme, e non solo ultimi fatti di Gaza, stanno al di là della soglie delle parole e delle loro proprietà comunicative e cognitive  .
Esiste una vasta letteratura di racconti e di narrazioni che vi segnaleremo, ma solo per comprendere meglio ed individuare quello che è giusto e che si può fare.
Sulla situazione politica, l’ultime elezioni israeliane rendono le cose ancora più complicate e riconsegnano di nuovo una precarietà assoluta laddove appaiano inconsistenti non solo gli auspici più genuini e l’incorruttibile dignità dell’esperienza etica, ma anche la stessa razionalità umana.
All’analisi della situazione politica dedicheremo un capitolo a parte, che dimostra, senza dubbio alcuno, la correttezza della nostra scelta di non violenza e di ripudio della guerra.
Una scelta difficile, che potrebbe sembrare addirittura irrazionale o sognante, ma siamo confortati dal fatto che tutta l’umanità ha potuto sperimentare cosa significhi la guerra ed in modo particolare i protagonisti in senso positivo e negativo della situazione specifica di cui ci stiamo occupando.
Un vera riflessione, un vivace dibattito andrebbe aperto senza perdere un minuto e mi auguro che la vostra partecipazione sarà costante e costruttiva. In caso positivo avremo raggiunto il nostro primo e più importante obbiettivo, quello di strappare all’indifferenza o all’impotenza un spazio ed un luogo di incontro e di riflessione, che a lungo è stato negato.
Mentre per le cose da fare, materiali e non, come espressione dell’impegno assunto, unanime sono state le opinioni circa lo strumento. Secondo tutte le associazione impegnate in Italia sulla questione della solidarietà e della pace, il nostro comitato deve mantenere una sua autonomia, per scongiurare il rischio di aggiungere debolezze ad altre. Come sono unanime anche le volontà di aiuto e di sostegno in tutte le forme. Infatti l’Arci continua a dare un suo sopporto logistico e tecnico con i propri mezzi al nostro appello. Sia io che Moni, siamo arrivati al condividere l’opinione di mantenere il nome del comitato Pace in Palestina e mantenere l’appello che porta i nostri due nomi come titolo. Su questa questione preghiamo tutti di esprimere il proprio punto di vista ed arricchire la riflessione con nuovi elementi e suggerimenti.
Come iniziative, in una riunione a Milano con i rappresentanti della Provincia Autonoma di Trento e Smemoranda, abbiamo proposto l’iniziativa di fondare o sostenere una scuola di musica e centro di raccolto e di narrazione delle storie personali delle vittime o dei protagonisti del conflitto, della gente semplice che si è trovata coinvolta, praticamente l’intere due società in ruoli diversi e spesso all’opposto, ma che non trovano via di uscita. Forse il racconto, che può essere trasformato in un test teatrale o per il cinema o semplicemente in quanto tale, aiuta i diretti interessati a meditare e rielaborare meglio, ciascuno la propria storia ed esperienza, come aiuta gli altri a comprendere meglio ciò che è avvenuto e sta avvenendo .
Materiale di questo genere, curato onestamente e lontano dalla tentazione di fare propaganda, aiuta anche una forma di condivisione e partecipazione nelle varie forme chi ha il tempo e la voglia di fare qualche cosa, ma soprattutto fornisce elementi indispensabili per capire la genesi e le varie forme di quello che è ormai incomprensibile .
Per qualcuno questo progetto potrebbe sembrare un lusso indispensabile, in una situazione drammatica, dove le necessità sono altre e più elementari. Un’idea non priva di senso, ma vorrei segnalare anche l’importanza di offrire anche un luogo creativo per una generazione di tutte l’età che cerca con difficoltà di dare un senso alla propria esistenza, di trovare un luogo dove raccontare se stessi e pensare al futuro. Trovare un strumento per comunicare, chiedere aiuto, socializzare fuori dall’incessante ritmo della guerra e le risposte immediate che pone. Diluire il proprio dolore e la durezza della vita nella finzione comunicativa, nella rappresentazione di ciò che avresti voluto e non è, o avresti voluto, poter essere e non lo sei stato. Riprendere una socializzazione diversa da quella che impone la guerra e la miseria che ne produce, una socializzazione dove esprimi le tue doti e qualità spontanee, prima che la guerra si impossessi di te. Un luogo dove tutte le qualità di una persona tornano ad avere un’importanza e un ruolo e non solo quelle che la guerra predilige e mette in risalto . Un luogo dove molte qualità rifioriscono e si impongono e trovano un senso senza essere funzionali allo scontro ed alla guerra. Forse sarà un luogo d’ incontro con l’altro che è dentro di noi soffocato, o fuori di noi che diventa un amico o un nemico mancato .
L’altro progetto avrà il nome di Vino di Cana. Si tratta di incentivare a rifare il vino di qualità a partire dai vitigni autoctoni, che risalgono almeno a due mila anni, costituire una cantina a Cana, incoraggiare il ritorno alla terra e la sua cura, creare ostacoli al processo do spogliazione e di confisca, puntare sul lavoro di qualità, creare posti di lavorio e valorizzare il lavoro comunitario.
Un progetto di cui parleremo prossimamente con maggiori dovizie e dettagli . Oltre alla Provincia Autonoma di Trento e di Smemoranda, hanno aderito la Regione Puglia, alcune cantine del Trentino e l’Istituto Agrario di S.Michele al Adige per la formazione professionale di giovani enologi palestinesi.
Naturalmente ci sono stati decine di dibattiti ed incontri importanti e meno importanti a secondo del punto di vista svolti in tutte le regioni che sono serviti a tenere in vita il dibattito sulla questione palestinese nell’opinione pubblica. Non posso dire che abbiamo avuto un livello accettabile di organizzazione. un elemento che può fare la differenza, soprattutto quando scarseggiano i mezzi, e sono forti le spinte per la rimozione. Un punto sul quale invito tutti ad intervenire e prendere l’iniziativa .

Ali Rashid

Solo i morti vedono la tregua

REPORTAGE |   di Vittorio Arrigoni, il Manifesto
REPORTAGE DA GAZA
Solo i morti vedono la tregua
A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua né gas, senza corrente elettrica, senza pane e latte per i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici di chi ha ucciso sia solo momentanea. Domani (oggi per chi legge ndr) il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell’agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene.
Dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell’Unrwa di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile. Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City e Zaitun, paramedici della mezza luna rossa con l’aiuto di alcuni volontari dell’International Solidarity Movement (Ism) hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione.
Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirurgicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora alla vista di cani randagi raccolti in circolo, a ciò che mi si potrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e caffè, facilmente smascherabile è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l’entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c’erano i vetri. Compagni dell’Ism a Rafah mi hanno informato che la municipalità ha distribuito alcune migliaia di dollari a quelle famiglie che hanno visto la casa rasa al suolo da bombe che secondo Israele erano destinate alla distruzione dei tunnel. Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarono milioni di dollari in assegni per ripagare i civili rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed embargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione «basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame», mi fa sapere Khaled, contadino di Rafah.
La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. A Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city elicotteri innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi (ieri per chi legge ndr), sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatamanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un’incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.
Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimanerci secchi, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della sera: soldati israeliani hanno bersagliato di proiettili l’automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell’ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della Bbc mi ha chiesto come è stato possibile per l’esercito scambiare l’edificio per un covo di terroristi. «Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esitato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull’asfalto». Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato.
È evidente l’abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscenza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l’Unione europea avrebbe congelato i fondi per la ricostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas. Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner. «Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio» . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall’esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perché i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. «Gli Stati uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Netanhyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas…», mi suggerisce Mohamed, attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo.
I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai così stata distante. Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All’interno di una casa, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciva a raggiungere l’altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta? Restiamo umani.