“La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”

Nonostante condizioni sociali e normative sfavorevoli, il “tasso di criminalità” degli immigrati regolari nel nostro Paese è solo leggermente più alto di quello degli italiani (tra l’1,23% e l’1,40%, contro lo 0,75%) e, se si tiene conto della differenza di età, questo tasso è uguale a quello degli italiani. A influire al riguardo, infatti, sono le fasce di età più giovani, mentre è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni.

Non esiste alcuna corrispondenza tra l’aumento degli immigrati regolari e l’aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, mentre essi sono cresciuti di più del 100%, le denunce nei loro confronti hanno conosciuto un aumento del 45,9%.

Sono alcune delle principali conclusioni della ricerca “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi”. Il testo, parzialmente anticipato nel prossimo “Dossier Statistico Immigrazione” (presentazione: 28 ottobre 2009), sarà pubblicato integralmente nella prossima edizione della “Guida per l’informazione sociale 2010” (pubblicazione biennale), che Redattore Sociale presenterà a fine novembre.

Nel comunicato/scheda (pdf) gli elementi chiave della ricerca.

Una ricerca promossa dal Dossier Immigrazione Caritas – Migrantes
e dall’Agenzia Redattore Sociale, presentata a Roma martedì 6 ottobre 2009

Qualche spunto interessante

UN’AMNISTIA DI FATTO DIETRO LO SCUDO FISCALE

di Silvia Giannini e Maria Cecilia Guerra  per la voce.info

Condannati. E razzisti.

Il gup di Milano Nicola Clivio ha condannato a 15 anni e 4 mesi i baristi Fausto e Daniele Cristofoli imputati per l’omicidio di Abdoul Guiebre, detto Abba, il 19enne originario del Burkina Faso ucciso a sprangate il 14 settembre 2008 perchè sorpreso a rubare un pacco di biscotti nel bar dei due imputati. Il giudice ha accolto l’impianto accusatorio del pm Roberta Brera che aveva chiesto una condanna a 16 anni e 8 mesi per l’omicidio aggravato da futili motivi.

Le parti civili hanno chiesto 600 mila euro di risarcimento ma il giudice ha stabilito come provvisionale 100 mila euro ai genitori della vittima e 25 mila euro per ciascuna delle tre sorelle. Nessuna reazione, fanno sapere i legali, alla lettura della sentenza da parte dei due condannati.«È stata fatta giustizia, ma solo in parte, perchè la pena poteva e doveva essere più alta». Sono le prime parole di Hassane Guiebre, padre del giovane Abdoul ucciso nel settembre 2008, dopo la lettura della sentenza che ha condannato i due baristi a 15 anni e 4 mesi di reclusione. «Dov’è mio figlio?», ha detto il padre visibilmente commosso. «Soddisfazione da parte mia non ce n’è», ha aggiunto.

«Mio figlio è stato ucciso anche per motivi razziali. Io posso dire che solo quei due hanno problemi di razzismo, ma non posso condannare l’Italia e tutti gli italiani», ha detto il padre del ragazo ucciso, che ha spiegato di non credere al pentimento dei due baristi. «Non credo al loro pentimento» ha ribadito, rispondendo alle domande dei cronisti.

L’uomo ha raccontato di averli visti oggi nell’aula dove si teneva il giudizio abbreviato e ha spiegato: «Non so come descrivere la sensazione di averli visti a poca distanza». Nessun giudizio «mi restituirà la vita di mio figlio» ha aggiunto Hassane, che ha precisato che si aspettava comunque una pena più severa. La famiglia ha ottenuto un risarcimento di 175 mila euro. «Non penso al risarcimento, ma al mio dolore», ha chiarito il padre del giovane ucciso.

«Volevamo l’ergastolo», spiega il cugino di Abba, Abdoul. «Capisco che l’ergastolo non è possibile, ma io esprimo quello che noi sentiamo: è una faccenda che si è risolta troppo velocemente». Abdoul spiega che «certamente organizzeremo qualcosa, forse una manifestazione per far capire alla gente che non è stata una sentenza giusta».

In aula, anche la madre del ragazzo. La donna, con addosso gli abiti tradizionali del suo paese, si è dimostrata delusa dalla sentenza e aveva quasi le lacrime agli occhi in quanto, come del resto gli altri suoi familiari presenti in tribunale, è convinta che non sia stata fatta giustizia fino in fondo. «Ho troppo dolore per parlare. Abba è una persona a cui tutti vogliono e volevano bene ed è uno che non si può dimenticare», sono le poche parole che ha pronunciato.

L’Unità.it

Le Colline non hanno occhi

Anche quest’anno si riapre la stagione della raccolta dei pomodori in Puglia, e come ogni anno il ricorso al lavoro nero sarà massiccio. Ma perché sembra non esserci un’alternativa a questa consuetudine? E chi sono i lavoratori sfruttati, da dove vengono? Federico Ruffo ed Emilio Casalini sono andati sui campi pugliesi, e hanno compiuto un viaggio tra i nuovi schiavi delle campagne della Puglia.
L’inchiesta di “Un mondo a colori” prende le mosse dall’operazione “Terra promessa” dei Carabinieri del Ros, che ha portato alla liberazione di 115 polacchi, tenuti per anni in schiavitù nelle campagne del foggiano, mentre si indaga ancora sulla scomparsa di circa 30 immigrati  e sulla morte misteriosa di altri 15, tutti giunti in Puglia dalla Polonia per lavorare. Il sospetto è che siano stati giustiziati dopo dopo essersi ribellati ai caporali.
Attraverso il racconto della vita di chi sui campi lavora di giorno e si deve nascondere di notte perché clandestino, Valeria Coiante mostrerà il dramma del caporalato, tra controlli carenti, omertà diffusa, ispettori del lavoro corrotti, e ne discuterà in studio con l’on.Nichi Vendola, Presidente della Regione Puglia, la sen. Adriana Poli Bortone, vice sindaco di Lecce, Antonio Virgilio, capomissione di Medici senza Frontiere, e l’imprenditore agricolo Giuseppe De Filippo.