Preoccupazione ed indignazione

Dal 2 luglio in Italia siamo tutti meno liberi. Una legge che condanna non chi ha un comportamento criminale, ma chi è solo nato in un altro Paese, ferisce italiani, stranieri regolari, clandestini. Il governo ha deciso di compattarsi adottando uno strumento legislativo lesivo della dignità umana, incostituzionale, capace persino di evocare i peggiori fantasmi delle leggi xenofobe del ventennio.

E’ questo il giudizio di organizzazioni impegnate nella campagna Non avere paura contro il razzismo e la paura degli altri nei confronti dei provvedimenti adottati dalla maggioranza.

Siamo preoccupati ed indignati per le misure restrittive e punitive che la legge introduce nei confronti dei cittadini immigrati, andando ad agire nella sfera dei diritti fondamentali e della dignità umana..
Il Governo dovrà assumersi la responsabilità per aver voluto favorire, nei fatti e nelle intenzioni, un clima pericoloso di paura e di sospetto che finirà per alimentare la clandestinità anziché combatterla, renderà gli immigrati irregolari ancora più invisibili, soprattutto sui posti di lavoro, provocherà forti limitazioni nell’esercizio dei diritti fondamentali (iscrizione all’anagrafe, matrimonio, salute, scuola), complicando la vita degli stessi immigrati regolarmente residenti.

Inoltre, l’introduzione del reato di clandestinità, da un punto di vista meramente funzionale, prospetta  ora la celebrazione di centinaia di migliaia di processi volti a comminare sanzioni pecuniarie che nessuno straniero vorrà o potrà pagare e che comunque si svolgeranno a totale carico dei contribuenti, ivi compresa  l’assistenza legale agli imputati mediante il gratuito patrocinio.

Chiediamo a tutti i cittadini, italiani e non, di Non avere Paura di questa ennesima dimostrazione di iniquità e inefficienza del governo in carica pro-tempore, di agire con pazienza e determinazione perché prevalgano nelle comunità, nei luoghi di lavoro, nella società civile del nostro Paese le ragioni dell’integrazione, della prossimità, della solidarietà.

Non avere paura Como

Italiani

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali. Proponiamo di privilegiare i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invitiamo a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.

Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti, Ottobre 1912.

Lampedusa, MSF costretta a chiudere i progetti a causa del diniego del Ministero dell’Interno

Medici Senza Frontiere (MSF) chiude oggi le sue attività al molo dell’isola di Lampedusa. MSF è costretta a prendere questa decisione dopo che il Ministero dell’Interno italiano ha deciso di non firmare un nuovo Protocollo d’Intesa e di non rilasciare il permesso necessario perché MSF continui ad operare adeguatamente.

MSF ha garantito dal 2002 visite mediche d’emergenza gratuite per i migranti che arrivano sull’isola dopo aver attraversato un drammatico viaggio in mare. Dal 2005 fino ad oggi il team di MSF ha visitato 4.550 migranti, 1.420 solo fra gennaio e ottobre del 2008. La presenza di MSF nell’isola è necessaria a causa del gran numero di persone che sbarcano sulle sue coste ogni anno – più di 25mila nei primi dieci mesi del 2008 – fino a quando le autorità sanitarie regionali non garantiscano un servizio.

“È inaccettabile che allo stesso tempo, mentre i team medici di MSF possono operare nel cuore del conflitto in corso in Nord Kivu nella Repubblica del Congo – dice Loris de Filippi, responsabile delle operazioni di MSF in Italia – siamo praticamente costretti a concludere la nostra assistenza medica e umanitaria nel territorio di uno Stato europeo”.

MSF è preoccupata perché in futuro non saranno più garantite le visite mediche al molo di Lampedusa, soprattutto in considerazione del fatto che negli ultimi anni MSF ha evidenziato un incremento nelle patologie dei migranti dovute alle condizioni dei viaggi in mare (traumi, ipotermia, ustioni etc.). Rispetto agli anni scorsi è cambiata la popolazione migrante, dal momento che sempre più persone provengono da zone di guerra o paesi colpiti da carestie, come Somalia, Eritrea, Sudan ed Etiopia (30%). Un dato rilevante è l’incremento del numero delle donne (12%) e dei minori (8%). Inoltre, MSF evidenzia che aumentano le donne in gravidanza (151 dall’inizio dell’anno).

Per tutto ciò, MSF chiede che venga garantita un’adeguata assistenza ai migranti al loro arrivo al molo di Lampedusa e chiede al Governo italiano di rivedere la sua decisione, autorizzando il team di MSF a riprendere le attività mediche.

medicisenzafrontiere.it

Articolo su Il Manifesto

Giornata mondiale del rifugiato

Junko Terao, lettera22.it

Venerdi’ 20 Giugno 2008
Due giorni dopo l’approvazione della direttiva sui rimpatri da parte del parlamento europeo si celebra oggi la «giornata mondiale del rifugiato», quest’anno dedicata al tema della «protezione», intesa sia come difesa del diritto d’asilo che come riparo ed aiuto umanitario. Quasi uno scherzo del destino, ma soprattutto una buona occasione per sfatare una volta per tutte un falso mito: quello secondo cui i paesi ricchi sarebbero assediati dai richiedenti asilo. Come emerge dall’ultimo rapporto dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite (Unhcr), infatti, la maggior parte dei rifugiati – tra l’83 e il 90% – trova accoglienza all’interno della regione di origine, “pesando” quindi i paesi limitrofi a quelli da cui scappa. E’ un dato, infatti, che la stragrande maggioranza degli oltre 3 milioni di rifugiati Afghani registrati dall’Unhcr – che alla fine del 2007 costituivano il 27% del totale, rimanendo in cima alla classifica globale dei profughi – risiede in Pakistan e in Iran. Ed è un dato che i due milioni e 300 mila iracheni costretti ad abbandonare il loro paese, al secondo posto nella classifica, hanno trovato rifugio in Siria e Giordania, così che il Medio oriente, insieme al Nordafrica, è la regione che ospita un quarto dei rifugiati di tutto il mondo, mentre l’Asia e la regione del Pacifico ne ospitano un terzo. E l’Europa? Il vecchio continente accoglie solo il 10% della popolazione mondiale costretta, o perchè perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità o idee politiche, o a causa di conflitti e disastri naturali, a lasciare il proprio paese e chiedere asilo all’estero. Ancora una volta la realtà è diversa dalla percezione che ne ha la maggioranza. Il dato più rilevante che emerge dal rapporto dell’Unhcr è un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: mentre dal 2001 al 2005 il numero dei rifugiati era calato, nel corso degli ultimi due anni si è registrato un aumento record. Tra rifugiati e sfollati la cifra ha superato a dicembre 2007 i 67 milioni. Di questi, 16milioni sono i rifugiati e 51milioni gli sfollati – ovvero coloro che sono costretti a lasciare le loro case senza però uscire dai confini nazionali, generalmente a causa di conflitti armati (26milioni) o per disastri naturali (25milioni). Dei 13,7 milioni degli sfollati assistiti dall’Unhcr, in cima alla classifica ci sono i colombiani (quasi 3 milioni), seguiti dagli iracheni (2,4 milioni), dai congolesi della Rdc (1,3 milioni), dagli ugandesi (1,2 milioni) e dai somali (un milione di sfollati).
L’aumento del numero dei profughi nel mondo è strettamente lagato alla condizione di «instabilità» in cui si trovano Iraq e Afghanistan – tra i primi paesi d’asilo dei rifugiati nel 2007, infatti, ci sono il Pakistan, la Siria, l’Iran e la Giordania. Un dato che l’alto commissario delle Nazioni unite per i rifugiati, Antonio Guterres, definisce «preoccupante», ricordando che bisogna far fronte ad una serie di sfide globali che potrebbero determinare l’ulteriore aggravarsi della situazione in futuro. «Queste sfide comprendono molte nuove emergenze dovute a conflitti nei punti caldi del pianeta, una mancanza di standard democratici in molti paesi, il drammatico rialzo dei prezzi dei generi alimentari – che ha colpito maggiormente i più poveri e sta generando instabilità in molte zone – e, infine, il deteriorarsi dell’ambiente a causa dei cambiamenti climatici, che, a sua volta, porta ad una maggiore competizione per risorse sempre più scarse». Il totale dei rifugiati e degli sfollati di cui si prende cura l’Unhcr ammonta a oltre 25 milioni, una cifra mai raggiunta prima e che non comprende, comunque, i 4milioni e 600mila palestinesi che sono sotto la responsabilità dell’agenzia Onu per il soccorso dei rifugiati palestinesi nel vicino oriente (Unrwa). Tra i rifugiati, i gruppi più numerosi dopo gli afgani e gli iracheni sono i colombiani (552mila persone che si trovano in una situazione simile a quella dei rifugiati pur non essendo tutti tecnicamente tali), i sudanesi (523mila) ed i somali (457mila). La crisi irachena ha determinato anche un considerevole aumento – il primo da quattro anni a questa parte – delle domande individuali di asilo o per il riconoscimento dello status di rifugiato presentate ai governi o agli uffici dell’Unhcr, che nel 2007 sono state qualsi 650mila. Rispetto al 2006 una crescita del 5% delle richieste, arrivate dall’Iraq (52mila domande inoltrate), dalla Somalia (46.100), dall’Eritrea (36mila), dalla Colombia (23.200), dalla Federazione Russa (21.800), dall’Etiopia (21.600) e dallo Zimbabwe (20.700). Tra i paesi più gettonati, quelli che l’anno scorso hanno ricevuto il maggior numero di domande, ci sono gli Stati Uniti, il Sudafrica, la Svezia, la Francia, il Regno Unito, il Canada e la Grecia. Quello che il rapporto nota con preoccupazione è che i tassi di riconoscimento dello status di rifugiato variano molto da paese a paese. Tra gli iracheni, per esempio, nessuno tra i richiedenti ha ottenuto lo status dalla Grecia, mentre la Germania l’ha concesso a 2/3. Il Regno unito l’ha concesso solo al 15%, la svezia, invece, ha offerto protezione a quasi tutti coloro che l’hanno richiesta. Un diritto umano fondamentale che, a 60 anni dalla Dichiarazione universale, è tutt’altro che scontato.

Un campo in Guinea per i rifugiati dalla Sierra Leone

Direttiva sui rimpatri tra negazioni e diritti

Amnesty International si è detta profondamente amareggiata per l’esito della votazione al Parlamento europeo sulla direttiva sui rimpatri.

L’organizzazione per i diritti umani ritiene che il testo approvato oggi non garantisca il rimpatrio dei migranti irregolari in condizioni di sicurezza e dignità. Al contrario, un periodo eccessivo di detenzione fino a un anno e mezzo e il divieto di reingresso, valido per tutto il territorio dell’Unione europea, per le persone rimpatriate forzatamente, rischiano di abbassare gli standard vigenti negli Stati membri e costituiscono un esempio estremamente negativo per altre regioni del mondo.

Il testo della direttiva, inoltre, non include garanzie sufficienti per i minori non accompagnati e contiene deboli previsioni in materia di controllo giudiziario sulla detenzione amministrativa; infine, prevede deroghe specifiche alle condizioni di detenzione in quegli Stati membri che si trovino ad affrontare cosiddette “situazioni di emergenza”.

È dunque difficile capire quale sia il valore aggiunto di questa direttiva, che rischia invece di promuovere pratiche detentive di lungo periodo negli Stati membri e di avere un impatto negativo sull’accesso al territorio dell’Unione europea.

Amnesty International sollecita gli Stati membri che applicano standard più elevati a non usare questa direttiva come pretesto per abbassarli.

Brussels/Roma, 18 giugno 2008

amnesty.it

Diritti?

L’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo è una norma di rara brevità e chiarezza: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a trattamenti inumani o degradanti”. E’ una di quelle norme che a noi, cittadini dell’occidente democratico, sembrano scritte per altri luoghi, per remoti continenti. Così fa una certa impressione apprendere che anche l’Italia di recente l’ha violata. La vittima si chiama Cherif Foued Ben Fitouri e da quattordici mesi è recluso in un carcere tunisino dove è stato inviato proprio da noi.

Fino al 4 gennaio dello scorso anno, Cherif Foued aveva vissuto a Milano con sua moglie, cittadina italiana, e le tre figlie. La mattina di quel giorno, mentre era al lavoro, fu fermato, condotto in questura e immediatamente espulso secondo la procedura prevista dal “decreto Pisanu”. Cioè sulla base dei sospetti della polizia. L’ordine di espulsione accusava Cherif Foued di avere un “consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama del radicalismo islamico presente in Italia” e perciò di essere coinvolto in “progettualità terroristiche”.

Ma, secondo i familiari e il suo legale, Cherif Foued – che al momento dell’arresto era titolare di un regolare permesso di soggiorno ed era incensurato – aveva solo avuto la sfortuna di condividere, prima del matrimonio, un alloggio con alcuni suoi connazionali in seguito inquisiti per terrorismo. Circostanze che, assieme all’argomento giuridico fondato sulla violazione dell’articolo 3 della Convenzione, sono state esposte in un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ricorso che, naturalmente, è stato presentato a espulsione avvenuta.

Di certo la situazione giudiziaria di Cherif Foued era ben diversa da quella di un altro tunisino, Nassim Saadi, che invece è stato condannato sia in Italia (quattro anni e mezzo di reclusione), sia in Tunisia (vent’anni di carcere) perché ritenuto colpevole di far parte di un’organizzazione terroristica. Anche nei confronti di Nassim Saadi, infatti, era stata disposta l’espulsione dal territorio nazionale sulla base del “decreto Pisanu”. Solo che, per qualche ragione, non fu eseguita immediatamente. Così Nassim Saadi ebbe il tempo di ricorrere a Strasburgo. La decisione è arrivata alcuni giorni fa. Con sentenza unanime, la Corte europea si è opposta all’espulsione affermando che l’Italia, se la mettesse in atto, violerebbe l’articolo 3 della Convenzione. La Tunisia – come emerge anche dall’ultimo rapporto di Amnesty International – è considerata un paese che non offre garanzie di rispetto della norma che vieta la tortura e i trattamenti inumani o degradanti.

E’ probabile che in tempi rapidi arrivi anche la decisione sul caso di Cherif Foued. E poiché l’argomento fondamentale è analogo a quello sostenuto dalla difesa di Nassim Saadi, anche la sua espulsione sarà dichiarata illegittima. Ma ciò avverrà dopo che il danno è stato prodotto: quattordici mesi di reclusione, la rovina economica, una famiglia gettata nella disperazione.

Quanto fatti come questo siano utili alla lotta contro il terrorismo internazionale è un mistero. Dal confronto tra le due vicende si ricava l’impressione di una giustizia che agisce in modo del tutto casuale. Più che una lotta, una lotteria. Il pluricondannato Nassim Saadi è rimasto in Italia, mentre l’incensurato Cherif Foued è stato espulso. Solo quando uscirà dal carcere si potrà fare il bilancio definitivo dei danni e dell’entità della violazione dei diritti umani della quale siamo stati autori.

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