«Vi insegneremo centomila parole»

Come annunciato, questa mattina è stato sgomberato il campo rom di Segrate, dove, secondo il Naga [associazione di medicina di strada] vivevano oltre 130 persone già sgomberate da via Rubattino, dal cavalcavia Bacula, dalla Bovisasca, di nuovo da via Rubattino: «Anche in questo caso, erano in atto processi positivi d’integrazione e i bambini residenti nel campo frequentavano le scuole locali. Le maestre, stamani, erano in prima fila per dare sostegno alle persone sgomberate e per cercare di portare i bambini a scuola», dicono dal Naga. La decina di bambini che frequentano la scuola dormiranno a casa delle loro maestre o di genitori di compagni di scuola che si sono resi disponibili ad accoglierli. Le stesse maestre che ieri hanno inviato una lettera aperta ai loro bambini, pubblicata da Redattore sociale. Eccola:

«Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate. Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perché i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. È proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perché sognano di vedervi integrati in questa società, perché sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità. Vi fanno studiare perché sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri.
Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all’aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l’avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perché sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perché non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, né voi né i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.
Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perché ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazioni potremo dare loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l’affetto, la giustizia, la solidarietà: come vi spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perché domani voi siate in grado di difendervi dall’ingiustizia, perché i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambini rom, colpevoli prima ancora di essere nati.
Vi insegneremo mille parole, centomila parole perché nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce. Ora la vostra voce siamo noi, insieme a tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona. A presto bambini, a scuola. Le vostre maestre: Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina, Maria Sciorio, Monica Faccioli».

tratto da carta.org

Il corpo delle donne

IL CORPO DELLE DONNE è il titolo del nostro documentario di 25′ sull’uso del corpo della donna in tv. Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime. Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”. L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero ” pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi. Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione.

Per maggiori informazioni: www.cinemaitaliano.info/ilcorpodelledonne

L’arretramento della democrazia

tratto da Internazionale

Yannis Papatheodorou, Kathimerini, Grecia

Le recenti esplosioni di rabbia dimostrano chiaramente che la conseguenza piu’ grave della crisi del neoliberismo non sarà la recessione economica, ma l’arretramento della democrazia. Finora i leader neoliberisti hanno creduto al mito della crescita. Questa mistica del profitto individuale, che è stata a lungo un fattore chiave per la tenuta della nostra società, è diventata troppo ingombrante e ha cominciato a sgretolarsi. Fino a trasformarsi nell’attuale individualismo di massa, aggressivo e pericoloso. In questa guerra di tutti contro tutti, la cosa piu’ urgente da fare è ricostruire una nuova idea di solidarietà sociale.

Panchine di Vita

Quando, alcuni mesi fa, il Comune di una città del nord ha deciso di togliere alcune panchine per impedire la sosta di persone che vivevano in strada, mi sono sentito toccato nel profondo.

La storia del Gruppo Abele nasce infatti sulla strada, ma parte proprio da una panchina. Era un medico che non riusciva a perdonarsi di avere sbagliato un intervento, con conseguenze letali per il paziente, la persona che incontrai un giorno 44 anni fa. Un uomo tormentato, che aveva deciso di eleggere a suo domicilio una panchina di Torino, e che quando accettò di farsi avvicinare – aveva un carattere scontroso, difficile – mi fece il regalo di raccontarmi la sua storia per dirmi alla fine: «non preoccuparti per me, so cavarmela, occupati piuttosto di loro… ». E m’indicò dei ragazzi che sostavano di fronte a un bar e che lui sapeva fare uso di droghe, quelle anfetamine che erano gli stupefacenti più diffusi prima dell’ondata dell’eroina negli anni settanta.

Da allora il Gruppo Abele non ha mai smesso di sentirsi provocato dalla strada e da tutto ciò che nella strada vive. Strada come luogo di domande e di bisogni, di fatiche e di ferite, ma anche di possibilità e di cambiamenti. Spazio di una diversità umana, sempre in cammino, che è gemella della varietà della vita. Luogo di persone prima che di problemi, di una complessità da affrontare restando semplici, essenziali, veri.

Ora su questo popolo della strada, che non ha altro posto all’infuori della strada per vivere, incombe una minaccia che si chiama sicurezza. La sicurezza, non mi stancherò di dirlo, è un diritto sacrosanto, ma è un diritto di tutti. Sicurezza è vivere la libertà insieme agli altri, non a scapito degli altri. E’ condivisione di regole in un patto di cittadinanza.

Non è questa, però, la sicurezza di cui tanto si parla. Una sicurezza che emargina, discrimina, ghettizza, crea le condizioni per rigurgiti razzisti, come purtroppo la cronaca recente testimonia. Che alimenta paure e costruisce capri espiatori, distogliendo l’attenzione dalle vere cause dell’insicurezza, l’iniquità di un sistema che demolisce i diritti rendendoci tutti più poveri, più diffidenti, più insicuri.

Ecco allora l’appellarsi alla sicurezza e al “decoro” – sua ipocrita declinazione estetica – per nascondere ciò che sta dietro al diffondersi della paura: un enorme deficit di giustizia sociale. Ecco il repertorio di divieti e sanzioni che non colpiscono ormai più il reato ma la condizione umana, accanendosi sulle persone più fragili, su chi arriva nelle nostre città spinto dalla fame, dalle guerre, e che vede spesso aggiungere al suo carico di sofferenza il peso insopportabile dello sfruttamento e della schiavitù.

Ma non è così che si costruisce la sicurezza. Sicure non sono le città attraversate da muri materiali e culturali. Sicure sono le città che accolgono, che tendono la mano, che si fanno in quattro per ospitare, che fanno sentire lo straniero e il “diverso” loro concittadino, parte attiva e responsabile della comunità. Che sono disseminate di servizi, punti di riferimento, e che certo non progettano di eliminare le panchine.

Pensiamo a come sarebbe povera una città senza panchine! Perché è luogo di vita, una panchina. Lo è per i tanti immigrati che la domenica si riuniscono nei parchi pubblici e là socializzano, condividono un pasto, organizzano giochi per i loro bambini. Lo è per gli anziani che, sedendo tra il verde, tutelano la memoria della comunità, raccontano e si raccontano riassaporando il senso e il valore dei loro vissuti. Lo è per i ragazzi: pensiamo agli amori di cui le panchine custodiscono gelosamente il segreto. Ai tantissimi giovani che su quelle assi di legno hanno scoperto l’emozione dell’amore, mosso i primi timidi passi di un’educazione sentimentale.

Ma ognuno di noi potrebbe ricordare una panchina sulla quale ha riposato, scambiato parole amichevoli, letto un libro. E ha riflettuto. Perché può essere anche luogo di scoperta, una panchina. Occasione per aprire lo sguardo a quello che a volte non possiamo o vogliamo vedere, dentro e fuori di noi, catturati come siamo da un sistema che sembra privilegiare solo relazioni convenzionali, pensieri superficiali, responsabilità limitate

Su una panchina siamo stati raggiunti dai volti della povertà e dello sfruttamento, abbiamo constatato come i diritti universali siano ancora oggi troppo spesso carta e non carne, vita delle persone. Ma da una panchina abbiamo potuto anche guardare oltre la strada, riflettere sulle ferite della normalità, sulle solitudini che si annidano nei palazzi, sulle tante fragilità timorose di uscire allo scoperto.

Ecco allora che una panchina, presenza discreta ed essenziale, può diventare il luogo in cui l’io si riconosce come noi, ritrova la propria responsabilità e senso di giustizia. E avverte lo stimolo d’impegnarsi in quei piccoli e grandi cambiamenti che maturano quando scopriamo nella relazione con gli altri l’essenza più profonda della vita umana.

Don Luigi Ciotti, L’Unità

Tante buone ragioni per non tifare per la nazionale. Lettera di don Renato Sacco

No, non tengo per l’italia in questi campionati europei di calcio. Anche perchè, sarà banale ricordarlo ma lo faccio ugualmente, mentre si parla di un Paese in crisi, di famiglie che non arrivano alla fine del mese, i nostri campioni guadagnano cifre da paura, a cominciare dall’allenatore via via tutti gli altri.
E poi anche perchè, sarà banale dire anche questo, il calcio rischia di diventare un ottimo anestetico, una droga per la realtà del nostro Paese.
Si dice di un clima nuovo, positivo che attraversa il Bel Paese… Mah ?! Certo è che se almeno l’italia, (sì con la i minuscola… perchè è solo un gruppo di ragazzi che gioca al pallone) non vince agli europei, ci si ridimensiona un pò e non scatta, in chi gestisce informazione, economia e potere… la logica del panem et circenses.. Si dovrà cercare un’altra strada per ‘far contento’ il popolo.
E poi, e anche qui niente di nuovo, non mi è piaciuto il commento di qualche telecronista che usa spesso la frase ‘far male agli avversari’ quando parla di azioni di gioco importanti, in attacco. Perchè bisogna usare un’immagine così aggressiva e violenta? E’ vero sono solo parole. Ma in questa nostra società ci si fa già male abbastanza, una certa violenza dilaga già, senza bisogno di soffiare sul fuoco. Non mi riferisco solo agli arresti di alcuni tifosi tedeschi che urlavano slogan filonazisti. Penso più semplicemente ad un certa violenza che si riscontra a volte nel tono degli allenatori anche dei ‘pulcini’ o dei genitori a bordo campo quando gioca il loro… bambino.
E’ chiaro che i cronisti sportivi sono ‘arruolati’ al seguito della squadra, ed è logico che sia così. Come succede, ma questo è un po’ meno logico.., anche con gli eserciti che hanno al seguito i giornalisti ‘embedded’, arruolati appunto. Così i ‘nostri’ si comportano sempre bene… e gli ‘altri’ sono brutti e cattivi. Il problema è che quando si muovono gli eserciti ci si fa male davvero, e si muore.. anche!
E allora il ruolo del giornalista diventa ancora più fondamentale per narrare le gesta e spesso nascondere la verità.
Ma torniamo all’italia del pallone… in fondo è solo un gioco e si può dire tutto e il contrario di tutto.. Non è in gioco l’amor Patrio, la fedeltà alla bandiera ecc. E quindi posso dire, credo sia ancora lecito e consentito,  che non tengo per l’italia, immaginando già qualche commento umoristico o sarcastico di chi invita a non esagerare o di altri che magari invocano il rispetto e l’amore per la propria Nazione. ‘Disfattista’! diranno.  Ma no dai.. in fondo è solo un gioco… o no ? Certo che se l’Italia dovesse perdere anche con la Romania – sì proprio la Romania, Patria di quei delinquenti, ecc ecc.. che sembrano essere l’unica causa delle violenze e dell’insicurezza della nostra Italia – allora sì rischiamo di sentirne di ogni colore, nei bar, al lavoro…e sarà più difficile dire che, anche in quella occasione, non tengo per l’italia.
Certo, sarà più difficile dire che non tengo per l’italia quando si parlerà di eserciti schierati in guerra, come è successo in Iraq o, adesso, in Afghanistan o in chissà qualche altro luogo saremo chiamati a incontrare e ‘far male’ agli avversari non con un pallone, ma con bombe e pallottole vere. Magari facendo finta che non si è in guerra, come è successo per la missione in Iraq.
Sì, in quel caso la vedo più dura dire che non tengo per l’Italia.
Ma per ora si può dire … vediamo la reazione… in fondo è solo una partita di pallone.. o no??

Don Renato Sacco

peacereporter.net