I tagli al futuro

COMMENTO

I tagli al futuro

di CHIARA SARACENO, Repubblica.it

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Università statale. Nuovo anno accademico…

Ecco l’appello di Dario Casati, prorettore vicario dell’Università Statale di Milano nonchè mio docente di Economia.

P.S.

Oggi, giustamente, si parla dell’attentato dell’11 settembre 2001.

Voglio approfittarne, dato che il tema lascerà poco spazio ad altre notizie, per ricordare una figura storica che ci ha lasciato proprio l’11 settembre. 1973.

Salvador Allende.

Federica, l’e-Learning dell’Università degli Studi di Napoli Federico II

federica

Federica, l’e-Learning dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, nasce all’insegna dell’accesso libero alla rete dei saperi accademici, con l’offerta gratuita dei materiali didattici dei singoli corsi di insegnamento ed una guida strutturata all’enorme patrimonio informativo già disponibile in rete.
Nuovi strumenti sono così a disposizione del singolo studente e di quanti desiderano giungere, attraverso Internet, ad informazioni scientificamente corrette.
L’interfaccia del portale Web Learning Federica è al servizio della didattica con una metodologia modulare, che coniuga semplicità, flessibilità ed alta qualità tecnologica. E’ possibile consultare i materiali di studio dei corsi universitari in e-Learning, disponibili anche in formato podcast, in qualunque momento, con una straordinaria ricchezza di contenuti organizzati in moduli formativi: lezioni, immagini, video e link.

Altra risorsa interessante: Academic Earth

“Non reprimete il nostro futuro”

Non reprimete il nostro futuro. In questi giorni siamo attivamente impegnati nella difesa del nostro futuro nostro e del nostro paese. Scuole e università si stanno mobilitando per chiedere prima di tutto centralità, la consapevolezza che il sapere è il principale motore per il miglioramento delle nostre condizioni di vita. Gli ultimi provvedimenti del Governo prevedono un taglio radicale degli investimenti pari nove miliardi e mezzo di Euro che metteranno in ginocchio il sistema d’istruzione dalle elementari fino all’università.

Questo dato inopinabile, basta leggere il testo della finanziaria, si abbatte sulla nostra percezione del futuro, su quello che saremo domani, sulla qualità della nostra vita, sul desiderio di libertà, che è insito in ognuno di noi.
In un contesto di crisi dell’economia globale, non siamo rimasti passivamente a subire le politiche di un governo che taglia gli investimenti sulla conoscenza, non limitando la spesa pubblica nel sostegno economico alle banche o alla disastrata Alitalia, di cui tutti noi cittadini pagheremo i debiti. La percezione della “crisi”, della “paura” e “incertezza” pervade il nostro presente, sentiamo sulla nostra pelle la mancanza di una vera sicurezza sociale in ambito lavorativo e ci accompagna invece la profonda consapevolezza che in fondo “un domani, saremo tutti precari, che in futuro non avremo mai una pensione, che sarà impossibile per un giovane, comprare una casa”.

E’ nato quindi il movimento plurale nelle sue diversità. Un movimento assolutamente pacifico, reale, partecipativo, democratico, un movimento che nasce per rivendicare più scuola e più sapere, che vuole una conoscenza capace di eliminare le tante ingiustizie sociali che pervadono il nostro tempo. Per questo, non siamo per il mantenimento dello status quo, ma chiediamo invece vero cambiamento, scuole e università al passo con l’Europa, una ricerca al servizio della collettività, la possibilità di raggiungere i livelli più alti dell’istruzione anche se non sei il figlio di un grande industriale. Poco prima delle elezioni Berlusconi diceva ad una giovane precaria: “sposa un miliardario!”. Al presidente del consiglio vorrei dire che io voglio sposare la persona che amo e pretendo, da singolo cittadino, che lo Stato mi assicuri l’accesso ai più alti gradi dell’istruzione, come afferma il dettato costituzionale. L’Italia è un paese dove non esiste il merito, vieni premiato solo se riesci a comprarti titoli generalmente definiti d’eccellenza. Il vero merito sta nell’uguaglianza dei diritti e delle opportunità, nel fatto che anche il figlio dell’operaio può diventare dottore.

Questo è un movimento propositivo, dinamico, pacifico, che vuole studiare di più e si oppone ad un governo che ci vuole far studiare di meno. Che si oppone ad un governo che si rifiuta di affrontare la vera emergenza educativa del nostro paese, pensando che con un grembiulino o un voto di condotta si possa risolvere la fatiscenza dei nostri istituti scolastici, la mancanza di strumenti didattici, la bassezza della qualità delle risorse, l’arretratezza dei nostri sistemi formativi rispetto a quelli del resto del mondo.
Siamo stufi di essere strumentalizzati dal teatrino della politica, non siamo qualunquisti ma vogliamo essere pedine da muovere a secondo dell’esigenza di uno o l’altro partito. Siamo una soggettività indipendente, cittadini e cittadine che hanno dei bisogni e chiedono di essere ascoltati e non repressi con la violenza. Abbiamo promosso lezioni di piazza con i docenti, ci siamo mobilitati con i genitori contro il taglio del tempo pieno nelle scuole elementari, non abbiamo mai usato la violenza e mai la useremo.

Perché il presidente del consiglio invece di ritirare i provvedimenti o almeno discuterli vuole usare la violenza? Si può definire un paese civile e democratico, se l’uso della forza viene usato a sfondo politico, cioè per reprimere un dissenso nei confronti delle politiche del governo? Può il presidente del consiglio usare le forze dell’ordine per dare forza ai suoi disegni politici?

Il 10 ottobre 300.000 studenti e studentesse sono scesi in piazza in tutta Italia, facevo parte della delegazione ricevuta al ministero dell’istruzione. A quel punto, di fonte a due tecnici del ministero spaesati, ci siamo chiesti: e il Ministro? Prima o poi vi incontrerà, rispose sicura di sé una segretaria. Questo momento non è mai arrivato. E’ questa la vostra democrazia? E così invece di risposte politiche abbiamo trovato solo offese: bamboccioni, ignoranti, presuntosi, le dichiarazioni del governo si sono susseguite a ritmo serrato, dimostrando il totale scollamento della politica italiana dalla realtà del nostro paese.

Lanciamo un appello a tutto il paese, nella speranza che si capisca che questa non è una battaglia degli studenti e delle studentesse ma di tutti quelli che pensano che le scuole e le università sono centrali per lo sviluppo sociale e civile della nazione. Lanciamo un appello ai docenti e ai genitori, non ci abbandonate, non fate in modo che la polizia reprima con la violenza il futuro dei figli della Repubblica. Lanciamo un appello al mondo della cultura, all’intellettualità diffusa, all’opinione pubblica, sosteneteci e costruiamo insieme un’altra idea di scuola, le proposte non ci mancano. Lanciamo anche un appello alla stampa, invece di fare solo la cronaca dei jeans che indossiamo o dell’acconciatura all’ultimo grido, lasciateci lo spazio di raccontarci, di rendere pubbliche le nostre proposte, di avviare una discussione seria e pubblica sulla scuola che vogliamo.

Saranno ancora tantissime le pacifiche manifestazioni di dissenso contro questi provvedimenti, stiamo attraversando una fase cruciale della vita del nostro paese, o la democrazia o i manganelli, a voi la scelta…

Roberto Iovino
coordinatore Unione degli studenti

Atenei, gli studenti invadono le piazze

Tremila in piazza Cavalieri a Pisa in un’assemblea di studenti e lavoratori dell’università. Striscioni sui ponti dell’Arno a Firenze: «Vendesi università pubblica», lezioni bloccate al polo scientifico di Sesto, occupazione alla facoltà di Agraria. L’università esce dalle aule, entra nei centri storici, porta la protesta contro i tagli ai finanziamenti, il blocco del turnover, la possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni di diritto privato, nelle strade, nelle piazze. A guidare le manifestazioni i collettivi e gli Studenti di Sinistra, i precari e i ricercatori che chiamano a raccolta anche chi lavora nei centri di ricerca, dall’Infn al Cnr. Il fronte accademico è spaccato fra i docenti, ma anche fra gli studenti: c’è infatti chi dissente dal blocco della didattica. Domani manifestazione in corteo (ore 9 da piazza San Marco) con il mondo della scuola che contesta la riforma del maestro unico e le economie sulla formazione, dalle materne ai licei.

Sulla lavagna qualcuno con il gessetto ha scritto: «crisi della cultura, fine dell’università: siamo tutti commessi». La stanza è vuota, l’assemblea finita, ma gli studenti sono tutti in giro lì al polo scientifico di Sesto di Firenze occupato da tre giorni: chi a scrivere i volantini, chi a dipingere gli striscioni, chi a stilare il calendario delle iniziative con le novità e aggiornamenti sulla protesta. Al polo scientifico oggi come ieri non si fa lezione, niente chimica, niente fisica. Stessa situazione alla facoltà di Agraria. La contestazione dentro le università toscane si allarga. Ieri è esplosa a Pisa. L’assemblea di ateneo ha riempito tutta la storica piazza dei Cavalieri (davanti alla Normale) perché nessuna aula era così grande per accogliere tremila persone: «Non mi ricordo da decenni un’assemblea con così tanta gente» raccontava un professore di lungo corso. Ragazzi e docenti insieme, precari e ricercatori confermati, dottoranti, assegnisti e personale tecnico amministrativo. In piazza, fra il pubblico, c’era anche il sindaco, Marco Filippeschi che successivamente in una nota, si è schierato a favore di chi protesta: «La risposta alle iniquità del governo si estende. Studenti, ricercatori, lavoratori precari delle università e degli istituti di ricerca, istituzioni accademiche, chiedono un radicale ripensamento dei tagli mostruosi e delle riforme che alludono a privatizzazioni. Io sono con loro». Filippeschi ha aggiunto: «Come ho detto ai ricercatori precari che sono venuti in Comune (erano del Cnr ndr) a rappresentare le loro sacrosante ragioni, saremo parte in causa e ci comporteremo di conseguenza, anche perché formazione e ricerca sono anima e motore della nostra città». Finita dopo tre ore e decine di interventi l’assemblea in piazza Cavalieri, i manifestanti in corteo hanno occupato fino a sera alcune sale dell’ufficio comunicazione del rettorato e il polo didattico Carmignani. Fra le proposte che sono circolate nell’assemblea pisana anche il blocco della didattica e lo sciopero del personale. Nel consiglio di facoltà straordinario convocato sempre ieri a Pisa da Ingegneria, il preside ha spiegato che sono saltati più di sessanta corsi dal momento che, come è già successo a Firenze, i ricercatori hanno ritirato la disponibilità alla didattica. Insomma la contestazione al decreto 133 – tagli per un miliardo e 500 milioni di euro in cinque anni, possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni – si allarga di giorno in giorno: «Facciamo un appello ai professori – dice Francesco Epifani, uno dei leader sul fronte studentesco della protesta fiorentina – ai professori che a parole ci seguono nella protesta ma che poi ci chiedono di rientrare nelle aule. Non devono neppure loro far lezione, non è più il tempo di delegare il dissenso a una raccolta di firme o a un qualsiasi appello scritto. Bisogna scendere in piazza, bloccare la didattica, impedire che un anno accademico così monco possa essere inaugurato, impedire che l’università sia consegnata ai privati». Non tutte le facoltà sono allineate, al polo di Novoli per esempio si fa regolarmente lezione e anche fra gli studenti il fronte non è compatto: «Noi siamo contrari al decreto del governo – spiegano i giovani di Lista Aperta – ma non riteniamo che bloccare la didattica possa aiutare questa causa».

repubblica.it